Si dice che lei sia un regista al confine tra video art e cinema contemporaneo; trova che le contaminazioni possano fornire un valore aggiunto alla qualità della ricerca in campo visivo-culturale?
Le contaminazioni non sono un valore aggiunto. Sono il valore aggiunto. Le arti vivono un tempo di già detto, di già raccontato in termini di sostanza e la vera ricerca non può non riguardare la forma affinché anche la sostanza, il contenuto, venga riproposto con un occhio nuovo, con una nuova comprensione, con una rinnovata forza e, in ultima analisi, una potenza estetica. Questa via di ricerca formale non può prescindere dalle contaminazioni. Non solo la video art, ma anche il videoclip e gli esperimenti sulla fotografia e sui computer possono aprire nuove porte, a patto che si scongiuri la nefasta ipotesi di un esercizio vuoto o pretestuoso o di semplice sovrapposizione delle arti che finisce per depauperare e rallentare il processo di ricerca.
In che maniera cinema e arte possono “allearsi” per sostenere la cifra stilistica culturale italiana contemporanea?
Mi riesce difficile rintracciare una cifra stilistica e culturale che sia prettamente italiana. E questo è un bene. Quando le forme di comunicazione diventano così veloci, trasversali e penetranti, diventa impossibile non subire l’influenza di qualcosa che, per usare una parola brutta e abusata, sia “globale”.
Molto banalmente, cinema e arte si alleano quando diventano un’endiadi. Quando frequentano con successo un concetto impalpabile e concreto allo stesso tempo, che io chiamo “potenza”. E questa sensazione di potenza dell’opera d’arte, sia essa del cinema o dell’arte contemporanea, arriva proprio quando il matrimonio di forma e contenuto diventa simbiotico e imprescindibile. A patto che nessuno faccia finta di ignorare le regole del gioco dei linguaggi. Questo tipo di mistificazione, oggi, lo trovo insopportabile. E, in tempi in cui la realizzazione di un’opera complessa è alla portata tecnica di chiunque, questa soglia di controllo rigido sulla mistificazione delle regole penso debba essere inflessibile.
Eventi come il Premio Terna, a suo avviso, possono svolgere un ruolo per il sostegno e la promozione della cultura artistica in Italia?
Senza dubbio. Non bisogna peccare di ipocrisia in queste circostanze. La sola parola premio, il solo miraggio del premio, la possibilità all’orizzonte di diventare primi e non soggetti indistinti tra soggetti indistinti, aguzza l’applicazione, la ricerca, la serietà nella dedizione al lavoro. I premi scatenano le tempeste nei cervelli. E le tempeste nei cervelli spingono un po’ più in là le emozioni degli uomini. E le emozioni degli uomini sono, in ultima analisi, ciò che ci tiene in vita.
Il contributo delle grandi società che, come Terna, si impegnano nella cultura è importante per offrire una possibilità ai giovani artisti più meritevoli. E’ questa l’opinione della scrittrice e saggista, protagonista e testimone dei più interessanti fermenti letterari del secondo novecento.
Come è cambiata in questi anni, secondo Lei, la figura dell’artista rispetto a quella dello scrittore?
L'artista e lo scrittore ormai sono entrambi legati o a un gallerista o ad un editore. Da me continuano a venire ragazzi di 18 anni che mi chiedono come far conoscere le loro opere, i loro romanzi, le loro poesie: non capiscono che sono più loro a dare coraggio a me con le loro speranze che non io a loro. Non so chi sia più fascinoso tra un giovane scrittore o un giovane pittore, a me emozionano tutti i giovani che hanno il coraggio di sognare.
Lei che ha sempre approfondito il tema dello scambio generazionale, quale rapporto ritiene ci sia tra i giovani artisti e i ‘veterani’?
Io credo nei giovani, quando dico che mi fido solo di chi ha meno di 30 anni non scherzo poi tanto. Però noi vecchi abbiamo la possibilità di aiutare i giovani a non smettere di sognare. E a far capire che si devono impegnare. Io ho vissuto di sogni e di passioni, ma non ho mai smesso di lavorare. Adesso vedo giovani scrittori che vincono premi considerati prestigiosi alla loro prima opera. Spero dia loro coraggio, ma non vorrei che sembrasse troppo facile.
Il mondo della letteratura è ricco di premi e concorsi. Quale funzione ritiene che possano avere nella nostra società?
L'importante è che chi organizza il concorso non si fermi al solo premio ma cerchi di guidare davvero i più meritevoli. E sono felice che una grande società come Terna si impegni in questo ambito. Oggi la nostra vita è dominata dalle grandi imprese. Sono responsabili delle nostre vite e quindi il loro impegno nella cultura è importante. L'idea di questo premio Terna mi è piaciuta perché parla di energia. Ed è rivolto ai giovani.
Per lo sviluppo dei grandi progetti urbani, servono architetti esperti. E’ giusto però dare spazio anche ai giovani. Secondo l’architetto Massimiliano Fuksas, che da molti anni dedica un'attenzione particolare allo studio dei problemi urbani ed in particolare alle periferie, Il mondo dell’arte è un mondo del futuro.
In che modo secondo lei le istituzioni e la politica potrebbero fare da cerniera tra le eccellenze italiane e il sistema internazionale?
Sono convinto che non sarà tanto la classe politica a svolgere questa funzione, ma una nuova classe fatta di creativi, di personalità che da anni studiano le questioni urbane e quelle dell’ambiente. La creatività salverà il mondo
Nell’architettura c’è una tendenza sempre più marcata a chiamare architetti affermati per la realizzazione di grandi progetti. Come è possibile in questo contesto dare spazio anche ai giovani?
Nell’architettura accade quello che accade nella medicina: se una persona è malata e deve operarsi, cerca un chirurgo esperto. Allo stesso modo, per la realizzazione di grandi progetti si cercano architetti con esperienza. Gli architetti sono come chirurghi. Se sbagliano possono fare gravi danni alle città. E’ giusto però dare spazio anche ai giovani: i collaboratori che lavorano nel mio studio sono tutti giovani. Il mondo dell’arte è un mondo del futuro.
Che funzione può avere oggi l’architettura nell’evoluzione delle grandi metropoli?
L’architettura deve avere la funzione di stimolare una riflessione sul modo di creare e realizzare luoghi di incontro e aggregazione
Quali caratteristiche deve avere un luogo di aggregazione?
Deve esser una struttura dove ci sente bene. Un luogo dove le persone non abbiano una sensazione di paura e angoscia, ma di serenità. Un luogo coperto, ma che abbia luce e aria. La Fiera di Milano è la struttura in Italia che più di tutte ha queste caratteristiche.
Qual è secondo lei nel settore dell’arte il rapporto tra la formazione (il mondo accademico, la ricerca, ecc) e il mercato vero e proprio?
Il mondo dell'arte è un sistema complesso e allo stesso tempo complicato: ogni spicchio fa parte di un’arancia intera.
E' importante dunque la vocazione dell'artista insieme alla sua formazione e alla sua esperienza così come è importante il suo rapporto con il gallerista e con il critico d'arte.
Non ci può essere creazione artistica intensa senza un rapporto altrettanto intenso tra l'artista, la ricerca e la formazione accademica.
Crede che per l’artista sia necessaria una formazione scolastica oppure quella dell’artista debba essere una figura più svincolata?
La figura dell’artista deve assolutamente essere vincolatissima alla formazione scolastica. Oltre alla vocazione naturale occorre necessariamente la formazione. Tutti l’hanno subita, se pensiamo ai grandi musicisti, ai grandi architetti, ai grandi poeti e ai grandi artisti.
Terna con il concorso per l’arte contemporanea cerca di conciliare le metodologie imprenditoriali con quelle culturali, secondo lei è un obiettivo realizzabile?
Certamente sì. Tutti i grandi artisti sono stati grandi imprenditori di se stessi: se pensiamo a Dalì, Picasso e Michelangelo. Non c'è nulla di male nel cercare di unire l’imprenditorialità alla cultura.
Quali sono i punti di forza e di debolezza di questo metodo?
Il punto di forza consiste nell’unire la disponibilità economica alla creatività artistica.
Il punto di debolezza è che, in tal modo, si può correre il rischio che la dimensione economica prevalga sulla creatività artistica.
Secondo lei qual è il fine dell’arte contemporanea?
Sottolineare e magistralmente riassumere il nostro Tempo con la comunicazione delle Arti Visive.
Che ruolo hanno le associazioni di collezionisti in Italia?
Hanno il ruolo come il sale: esaltare il sapore ed il gusto. Personalmente credo in un aggancio museale e di orientamento verso Istituzioni, Galleristi, Fiere, Artisti e Case d’Asta. Possono anche operare come “Sindacato” a difesa dei collezionisti, soprattutto quando questi ultimi prestano le loro opere per mostre o altre iniziative museali e non.
Cosa spinge un collezionista a non fermarsi mai? Le pareti finiscono ma il posto per una nuova opera si trova sempre. Ci racconta cosa la spinge
La curiosità, la brama di possedere ciò che lo entusiasma e gli piace, il contatto con gli Artisti.
Quali sono le sue emozioni di fronte ad una nuova opera appena acquistata?
La vibrazione trasmessa dall’opera, la comprensione intrinseca della sua anima e la frenesia di trovare una sistemazione adatta nell’ambito della propria casa in simbiosi con le alte opere, creando così un giusto equilibrio.
E' vero che oggi si puo’ collezionare anche con pochi euro?