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Intervista a Paolo Sorrentino

Si dice che lei sia un regista al confine tra video art e cinema contemporaneo; trova che le contaminazioni  possano fornire un valore aggiunto alla qualità della ricerca in campo visivo-culturale?
Le contaminazioni non sono un valore aggiunto. Sono il valore aggiunto. Le arti vivono un tempo di già detto, di già raccontato in termini di sostanza e la vera ricerca non può non riguardare la forma affinché anche la sostanza, il contenuto, venga riproposto con un occhio nuovo, con una nuova comprensione, con una rinnovata forza e, in ultima analisi, una potenza estetica. Questa via di ricerca formale non può prescindere dalle contaminazioni. Non solo la video art, ma anche il videoclip e gli esperimenti sulla fotografia e sui computer possono aprire nuove porte, a patto che si scongiuri la nefasta ipotesi di un esercizio vuoto o pretestuoso o di semplice sovrapposizione delle arti che finisce per depauperare e rallentare il processo di ricerca.

In che maniera cinema e arte possono “allearsi” per sostenere la cifra stilistica culturale italiana contemporanea?
Mi riesce difficile rintracciare una cifra stilistica e culturale che sia prettamente italiana. E questo è un bene. Quando le forme di comunicazione diventano così veloci, trasversali e penetranti, diventa impossibile non subire l’influenza di qualcosa che, per usare una parola brutta e abusata, sia “globale”.
Molto banalmente, cinema e arte si alleano quando diventano un’endiadi. Quando frequentano con successo un concetto impalpabile e concreto allo stesso tempo, che io chiamo “potenza”. E questa sensazione di potenza dell’opera d’arte, sia essa del cinema o dell’arte contemporanea, arriva proprio quando il matrimonio di forma e contenuto diventa simbiotico e imprescindibile. A patto che nessuno faccia finta di ignorare le regole del gioco dei linguaggi. Questo tipo di mistificazione, oggi, lo trovo insopportabile. E, in tempi in cui la realizzazione di un’opera complessa è alla portata tecnica di chiunque, questa soglia di controllo rigido sulla mistificazione delle regole penso debba essere inflessibile. 

Eventi come il Premio Terna, a suo avviso, possono svolgere un ruolo per il sostegno e la promozione della cultura artistica in Italia?
Senza dubbio. Non bisogna peccare di ipocrisia in queste circostanze. La sola parola premio, il solo miraggio del premio, la possibilità all’orizzonte di diventare primi e non soggetti indistinti tra soggetti indistinti, aguzza l’applicazione, la ricerca, la serietà nella dedizione al lavoro. I premi scatenano le tempeste nei cervelli. E le tempeste nei cervelli spingono un po’ più in là le emozioni degli uomini. E le emozioni degli uomini sono, in ultima analisi, ciò che ci tiene in vita.