Le gallerie d’arte contemporanea più trendy della città, la vita notturna della generation più modaiola, i ristoranti più esclusivi. Siamo a Chelsea, il quartiere di tendenza più effervescente di New York, a Downtown. Un’ area talmente estesa dedicata all’arte e alle avanguardie che non basterebbe una settimana per visitare gli spazi espositivi, in tutto 250. Chelsea è anche il tempio del glamour, traboccante di club, cocktail bar, firme prestigiose dell’alta moda: una miriade di piccoli mondi scintillanti che si mescolano tra loro creando un cocktail esplosivo, tanto da far girare la testa. Negli ultimi venti anni, un graduale restauro ha trasformato radicalmente questo quartiere, un tempo centro dei tessuti e delle vendite al dettaglio, ricco emporio per i gentleman più raffinati della fine del XIX secolo, fino a diventare una delle aree più creative e ricche di atmosfera per appassionati d’arte e non. In questo crocevia fatto anche di lusso, ottime università e lussureggianti parchi, il Chelsea Art Museum funge da catalizzatore di tanta energia. L’approccio “art with a context”, dà vita a un accurato programma di mostre che riflettono l'esperienza umana contemporanea attraverso un ampio spettro di attività sociali, ambientali oltre a scambi culturali. Questo museo di 30 mila mq occupa un edificio di mattoni rossi a 3 piani, risalente al 1850, e sorge su un terreno che un tempo apparteneva allo scrittore Clement Clarke Moore. Noto per i suoi vernissage, è frequentemente invaso da corteggiatissimi artisti, spietati critici e facoltosi acquirenti. Il Co-fondatore e presidente, Dorothea Keeser, descrive il CAM come "un impegno a vivere l'arte come un soggetto che reagisce e interagisce con noi e modifica il modo in cui si continua a vivere la propria vita quotidiana". L’esposizione permanente è in prevalenza dedicata all’espressionismo astratto del dopoguerra con opere di artisti nazionali e internazionali. La collezione conta opere di Antonio Corpora, Laszlo Lakner, Jean Arp, Ellen Levy. Il museo è anche sede della Miotte Foundation, che si occupa dell’archiviazione e conservazione delle opere di Jean Miotte, un’artista di Soho che ha rivestito un ruolo preminente nel genere dell’Informel Art.
C’è chi gioca con i materiali elettrici e gli ingranaggi meccanici e chi con vernici e graffiti. Chi pensa a fotografare l’attimo fuggente, e chi a manipolare la materia nuda e cruda. In mezzo, uno spaccato della scena contemporanea italiana fatta di creatività, estro, sudore, polvere e lampi di genio. Sono i vincitori selezionati dal Premio Terna, elettrizzati dalle esperienze fatte nei mesi successivi alla premiazione e ora pronti alla nuova sfida: conquistare New York. Se per alcuni la Grande Mela è un frutto ancora da cogliere, per altri è già addentato, assaporato. Un frutto di cui tuttavia non si è mai sazi.
E’ la continua ricerca su sé stessi e sul mondo la molla che spinge il percorso artistico di Antonio Riello, Davide Bertocchi e Giovanni Albanese: tutti accomunati dalla voglia di sperimentare nuovi linguaggi e di aprirsi ad orizzonti più vasti. Premiato per l’opera "Un disperato tentativo del vizio di diventare virtù", Antonio Riello lavora più all’estero che in Italia: ha lasciato tracce di sé non soltanto a New York ma anche in Olanda, Inghilterra, Austria, Germania, Svizzera. A Riello piace rimescolare, artisticamente, le cose e mettere assieme aspetti della vita che normalmente, o almeno la consuetudine così vuole, dovrebbero restare lontani. Così in questo caso il vizio, il gioco d’azzardo, tema della sua creazione: “la costruzione con le circa 6400 carte ha evidentemente costituito una sfida piuttosto impegnativa, per me e per i miei assistenti. Ma ancora più difficile è stato procurarsi le carte da gioco usate provenienti dai casinò e soprattutto dalle bische clandestine. Ho dovuto più volte improvvisarmi giocatore incallito facendomi raccomandare da giocatori e bari”. Anche Davide Bertocchi è un globe-trotter della contemporaneità artistica. Gli anni della formazione l’hanno visto sempre con la valigia in mano tra Milano, Parigi, Londra, New York e Los Angeles, impegnato in un virtuoso percorso di apprendistato teorico e pratico che lo porterà a vivere l’arte “sul campo”. Davide non è nuovo al pubblico americano: nel 2000 era già stato selezionato tra i 10 artisti italiani per lo Studio Program del PS1-MoMa di New York. “L’opera con la quale ho partecipato è una foto - spiega l’artista premiato nella categoria Megawatt per “Endless” -ma in realtà è un progetto scultoreo e utopico. Nell’insieme sono una serie di immagini scaricate da Internet di razzi famosi e dei quali ho manipolato la forma in modo da ottenere una struttura rotante e potenzialmente molto dispersiva a livello energetico. In questo modo, tramite queste nuove forme, penso si possa riconsiderare la nostra idea di progresso e di energia. Il lavoro ha soprattutto una componente esistenziale e vorrei che facesse riflettere su quanto in realtà molte azioni umane contemporanee sia dominate da una totale inutilità”. Giovanni Albanese, è invece “l’apprendista stregone” del gruppo, che poi tanto apprendista non è visto che cavalca la scena artistica da più di 30 anni, continuando a mescolare linguaggi e stili: dalle installazioni ai tableaux vivants, dalle decorazioni al cinema. Albanese, premiato per l’ombrosa luminosità di “Eclissi”, sprizza energia da tutti i pori . “L’idea solitamente nasce come espressione di un intimo personale e invece, più vai avanti, conosci il sistema dell’arte, e ti apri alla vita e più il tuo lavoro migliora – spiega Albanese, raccontando il suo approccio all’arte contemporanea-. L’artista è una specie di Frankenstein. Ha un corpo disgregato. Ti accorgi che mentre le mani vanno da una parte, la testa è già da un’altra, le tue pulsioni pure. E tutta questa e-ccentricità del proprio corpo, nel senso di diversi centri, viene paradossalmente tenuta insieme da una forza magnetica, elettrica. Smentisco tuttavia l’aspetto bohemien della professione. Genio e sregolatezza appartengono solo a fumettoni rosa di serie B. L’artista è una persona con un grande senso della realtà, della fatica, del lavoro.”
Agguerriti, entusiasti, quasi increduli, i Gigawatt sono pronti a cogliere il meglio dell’esperienza oltre oceano. Il piccolo genio della street-art, Davide Eron Salvadei, non è nuovo di New York: nel 2000 ha creato una serie di disegni per una linea di abbigliamento \"OUTLINEZ\" insieme a Phase 2, l'artista che nel 1970, inventò lo street writing. Davide, premiato per \"Untitled\", spiega così la sua opera: “come per la maggior parte dei miei lavori realizzati a smalto spray su tela, sono partito dalla trasformazione di un segno gestuale, istintivo, quasi ingenuo, tipico dell’espressività infantile, in un elemento concreto, tangibile, in stretta relazione con il contesto reale; giungendo così ad un trait d’union tra disegno e realtà; dove pensiero e leggi fisiche interagiscono diventando complementari e compatibili”. C’è poi chi, come Rocco Dubbini, ha un rapporto privilegiato con il concetto di energia, capace di superare tutte le barriere e di andare oltre i confini nazionali. “Termosifone acceso” è l’opera premiata da Terna. “Mi interessa il concetto del termosifone che diventa archetipo – spiega- un qualcosa investito di un valore che diviene assoluto in senso temporale. In questo caso però, essendo il termosifone di cera accesa, esso si consuma, non sublimando il concetto di eternità insito nell’archetipo”. Riccardo Albanese, premiato per \"Untitled\" , una girandola piumata delle meraviglie, più che una svastica, ama osservare “le costanti del comportamento umano, che si manifestano nelle realtà quotidiane,per strada, nei contesti lavorativi,in un bosco, ovunque. Tutto ciò che non cambia nei secoli e che si ripete armonicamente nel tempo,nel bene e nel male. Io credo molto nel mio istinto – spiega - e lo seguo ciecamente, osservo le situazioni di tutti i generi, le dimentico, poi dal nulla mi vengono delle idee chiarissime, quindi le realizzo. L' opera rappresenta un ossimoro,due affermazioni contrastanti che portano alla stessa conclusione, una svastica e delle ali, una simbolo di tirannia, l'altra libertà. Tutto ciò che ti fa sentire libero ti rende schiavo, più libertà uguali sono la schiavitù per altri, l'altra faccia della democrazia, motore del tempo”. Experience, observation, imagination sono invece le parole chiave per definire la ricerca artistica di Giovanni Ozzola, premiato da Terna per la fotografia \"Two stories addiction\". “Parto sempre da un’immagine, da un’epifania per dir meglio. Dopo la visione – spiega – si tratta esclusivamente di dar corpo al lavoro. Tecnica e mezzi sono per me, di poco interesse. Ciò a cui davvero tendo è il risultato. E’ vero che quando usi un mezzo, devi rispettarlo e conoscerlo ma bisogna tener sempre conto che il mezzo non e’ il fine”. Grande giramondo e attento osservatore, anche Gabriele Giugni, che ha realizzato numerosi servizi fotografici dall’India, Bolivia, Kashmir e Birmania. “I miei interventi sono non tanto sulla fotografia ma sui supporti – racconta Gabriele, illustrando la propria opera-. Di solito intervengo sulla carta su cui stampo o sul materiale su cui poi applico la foto. Nel caso di Kumbh-mela night si tratta di una foto retroilluminata, una tecnica che mi segue fin dalla mia prima mostra nel 2006. E’ diventata ormai una specie di firma per me e mi piace perché rompe la bidimensionalità tipica e limitante della fotografia. Grazie alla luce si riesce a dare alla foto qualcosa in più: una certa profondità, delle vie di fuga. A parte lo scatto, ho cercato in questo caso di tirare fuori il senso del vagabondaggio, dell’esodo, e il senso della sterminatezza con cui l’uomo si confronta”. Antico nell’animo ma giovane nel fisico è invece il modo con cui ama definirsi Gabriele Bonato, un Benjamin Button dell’arte contemporanea, che ama sperimentare il nesso tra spirito e materia. “L’opera è un olio e tempera grassa su tela – spiega l’artista premiato per “Energia: soffio vitale\", un originale olio su tela -. Sono partito dal tema energia,come fonte o causa prima di ogni manifestazione vitale che s'incarna nella materia. Da qui l'idea di proporre un'immagine filosofica sul concetto d'amore, di luce, d'energia sublime, utilizzando mezzi e materiali che si ricolleghino visivamente al progetto. Dopodiché ho creato un'istallazione in continua trasformazione: due lampade, una accesa ed una spenta, legate l'una all'altra da una materia primordiale, simile ad una radice, una pietra”.
Elena Baldelli, Laura Cantarella, Raffaela Mariniello. Ecco l’altra metà della Mela. Sospese “nella fluidità luminosa dell’aria e acqua”, come la giovanissima Elena Baldelli, o avvolte “dall’energia distruttrice e generatrice” della propria forza creativa, come Laura Cantarella, e ancora esplosive e inquisitive dietro la lente fotografica, come Raffaela Mariniello. Tre esempi di arte contemporanea al femminile, tutte “made in Italy”. Elena Baldelli si trova di fronte a una grande sfida e una grande opportunità. Riuscirà a conquistare il pubblico americano? L’opera premiata nella categoria Gigawatt, il light box "Rx-underwaterbreathing-#1oscillating rhythm" sembra avere tutte le carte in regola. “La spinta che ha fatto nascere un intero discorso fluttuante tra aria e acqua è la necessità – racconta l’artista-. Identità liquida, la definirei, che non è solo un fatto di appartenenza locale, l’essere nata e vissuta in un porto di mare, non è il coincidere del proprio corpo nel luogo degli eventi, delle esperienze di vita accompagnate dall’umidità, ma è il portarsi dietro un elemento che è nella testa e nel corpo come un’ossessione, attitudine di tutti coloro che materializzano le proprie visioni per mezzo del liquido, diventato una poetica specifica”. New York rappresenta una tentazione continua anche per chi, come Laura Cantarella, non è nuova ad ambienti dal forte impatto visivo. La fotografa free-lance d’architettura, territorio e reportage, cerca sempre di mettere in relazione l’ambito culturale con quello architettonico. “Il lavoro presentato fa parte di un più ampio progetto – spiega l’artista che ha già esposto, nel 2006, al Pratt Institute di New York e che è stata selezionata tra i Megawatt per la fotografia “Etna” -. Il progetto, intitolato Topografia del Trauma, è stato sviluppato con l’architetto Lucia Giuliano e comprende una serie di fotografie e contributi incentrati su luoghi interessati da eventi traumatici. Il trauma, energia distruttrice e generatrice, è un paradigma in grado di spiegare pratiche urbane e territoriali attuali. Ci sono delle immagini che si progettano, si cercano. Il soggetto della fotografia presentata al concorso invece è un objet trouvé”. Anche Raffaela Mariniello è stata contagiata dal mood artistico della Grande Mela. Vede infatti prospettive più interessanti negli USA, “più preparati e maturi” rispetto ad altri Paesi. Raffaela, premiata nella categoria Megawatt per la foto "Souvenir d'Italie", considera l’artista “un bambino che cresce e che non smette mai di giocare”. L’opera presentata in concorso fa parte di un lavoro iniziato già da qualche anno e ancora in corso d’opera. “Sono delle immagini su i centri storici delle città italiane – spiega- in cui si evidenzia la trasformazione dei luoghi preda del turismo di massa. Dunque il processo creativo è frutto di una riflessione sul paesaggio urbano. Fotografo spesso all’imbrunire, mescolando la luce artificiale a quella naturale ottenendo così delle situazioni spiazzanti alla percezione, quando cioè, sono fissate sulla stampa fotografica”.
New York è sempre New York! I secoli di espressione individualistica sono una filosofia tipicamente occidentale.
Il CAM ieri ed oggi. Come ha cambiato il museo New York e come New York ha cambiato il CAM?
Il CAM è l’unico museo a Chelsea, il nostro scopo è di portare a New York le mostre che sono di dimensioni troppo piccole per i grandi musei di NY ma che sono squisite in termini di qualità e di creare un dialogo con le altre culture. New York non ha cambiato il CAM ma al contrario lo ha incoraggiato con la sua splendida apertura. Il dialogo tra le culture e le persone, in quale altro luogo potrebbe essere così significativo se non davanti al Chelsea Piers dove le persone sono venute da tutto il mondo con la speranza di trovare libertà e sopravvivenza?.
Il CAM ha un folto pubblico che lo apprezza e lo valuta. Vi aspettavate questo grande successo di pubblico e di critica?
No, veniamo da paese in cui l’orgoglio nazionale e la cocciutaggine influenzano la scelta dei curatori e degli artisti. E comunque dobbiamo sempre ricordare che questa è New York, non l’America.
Pensa che si possa ancora considerare New York come il centro della contemporaneità o, come crede qualcuno, l’epicentro si sta spostando verso oriente?
Non ritengo che l’epicentro si sia spostato o si stia spostando verso oriente. I secoli di espressione individualistica sono una filosofia tipicamente occidentale. Tale coraggio ed indipendenza non possono evolversi in culture dove l’arte è stata una ripetizione di soggetti conosciuti e dove la presenza artistica è dominata da considerazioni materiali. Ma le nuove possibilità di scambio saranno fruttuose per entrambi. E comunque, lo sviluppo che si registra in Europa, può addirittura rappresentare una sfida al ruolo dominante di New York.
New York sembra aver trovato la formula magica per gestire l’art business nel modo migliore possibile: esiste una interconnessione virtuale tra mercato, arte e impresa. E’ vero tutto questo? E che cosa suggerirebbe alle imprese ed alle autorità italiane per aumentare il loro supporto alla emersione dei giovani talenti?
Ma chi ha imparato da chi? L’Italia è un paese dove l’arte è integrata tanto quanto a New York. Le aziende sponsorizzano ed acquistano le opere, gli alberghi sono orgogliosi di avere pitture e stampe originali e l’uomo “comune” scambia la propria lavatrice per un dipinto. Ma dove l’America è più forte è nelle leggi che riguardano la detraibilità fiscale degli acquisti di opere d’arte. Questo offre molta libertà ed annulla il dominio dei curatori e delle loro idee preconfezionate.
Quanto è importante oggi la qualità formale nell’arte?
Il motto del 68: "ognuno è un artista" trova degli strani e orribili riscontri ancora oggi. Ma chiunque abbia delle emozioni e riesca ad aprirsi liberamente davanti ad un’opera d’arte riesce a distinguere lo snobismo e l’auto-proiettarsi in modo artificiale o superficiale da un’espressione profonda e sentita, anche se il risultato positivo dell’influenza del 68 è che lo stile non rappresenta più uno strumento di dominio.
“Buttarsi alle spalle il superfluo del passato”. La ricetta di Till Fellrath per una nuova sfida nell’arte italiana
Il CAM rappresenta un po’ il tempio dell’arte contemporanea newyorkese: un trampolino di lancio per alcuni, la definitiva consacrazione per altri. Quanti artisti le devono successo e popolarità?
Il CAM rappresenta un luogo speciale nel panorama artistico newyorkese in quanto per noi è importante esporre gli artisti che provengono da regioni del mondo che sono scarsamente rappresentate ed artisti bravi che non trovano uno spazio nei grandi musei che esibiscono solo le opere degli artisti famosi. Facciamo del nostro meglio per promuovere ed incoraggiare i talenti emergenti provenienti da tutto il mondo ed anche se non possiamo affermare che gli artisti debbano a noi il loro successo e la loro popolarità, ci piace credere di aver interpretato un ruolo strumentale nel loro successo futuro.
Il CAM ha invitato i vincitori del Premio Terna 01 ad esporre le proprie opere. Come è nata questa idea e cosa vi ha colpito del Premio?
Quello che mi ha colpito del premio è stata la sua perfetta collocazione temporale. Vi sono premi di tutti i tipi ai giorni nostri ma ve ne sono molto pochi che promuovono l’arte proveniente da una regione specifica. Penso che se ci fosse un maggior sostegno agli artisti di altre regioni del mondo, come quello offerto da questo premio, vedremmo molta più arte internazionale nelle altre sedi artistiche dell’America del nord e di NYC.
Cosa pensa del panorama artistico contemporaneo italiano? C’è qualche artista che predilige?
Il panorama artistico contemporaneo italiano ha il peso di doversi costantemente ridefinire sulla base del passato. L’Italia ha arricchito il mondo con molti riferimenti artistici storici che il mondo occidentale ha usato come foraggio per l’arte. La sfida per gli artisti italiani, ora, è di canalizzare il passato scrollandosi di dosso quel peso, per poter creare qualcosa di fresco e di nuovo. Ovviamente, la retrospettiva di Piero Manzoni alla Gagosian Gallery, non contemporanea ma comunque attinente, ha di nuovo messo gli artisti contemporanei italiani sotto i riflettori.
Nell’ultima edizione della Fiera d’arte di Basilea gli addetti ai lavori hanno lamentato la sempre più debole presenza di olii su tela a favore di altri supporti. Perché questa inversione di tendenza, sta cambiando qualcosa nel mercato e nei gusti dei collezionisti?
C’è sempre qualcosa che cambia nel mercato artistico e nei gusti dei collezionisti, ma penso che in realtà sia il contrario; cioè che vi sia un ritorno alla pittura ora, in quanto gli altri media, come i video, hanno avuto la scena tutta per loro per un lungo periodo di tempo ed hanno quasi fatto il loro tempo. Le cose cambiano sempre ma le cose buone rimangono buone nel tempo a prescindere dal mezzo usato dal’artista per creare il suo lavoro.
Secondo lei, l'arte contribuisce ancora a sviluppare una maggiore coscienza critica e, se sì, in che modo e con quali forme?
Non sono del tutto sicuro che l’arte riesca a sviluppare una vera coscienza critica, ma contribuisce senz’altro a creare una coscienza generale ed un’evoluzione all’interno dell’uomo e pertanto della società. C’è un libro intitolato “The Alphabet Versus The Goddess” di Leonard Schlain che mette in risalto il cambiamento nella società che avviene quando gli uomini diventano maggiormente orientati al visivo e quindi all’arte.
30.06.2009 - Stefano's Network New York
27.06.2009 - Artslant.com New York
26.06.2009 - Flashartonline.com
Sam Bardouil e “l’estetica dell’aggressione”
“New York è la città dei nuovi inizi , il sogno americano che diventa personale. E’ questa ricerca di reinventare se stessi che dà alla contemporaneità newyorkese una connotazione specifica, io la chiamo l’estetica dell’aggressione”
Può indicarci almeno tre elementi imprescindibili per lei nella valutazione di un artista contemporaneo?
Attinenza alle questioni di attualità, capacità di reinventare o di reintrodurre i riferimenti storici nella pratica artistica, predisposizione
Esporre le proprie opere al CAM: per un giovane è un sogno, ma concretamente quale “plus” pensa possa aggiungere al cv di un emergente?
Introduce l’artista nella comunità newyorkese tramite un museo di arte contemporanea famoso
Come si esprime oggi il sogno della contemporaneità newyorkese nel mondo?
New York è la città dei nuovi inizi, il sogno americano che diventa personale. E’ questa ricerca di reinventare se stessi che dà alla contemporaneità newyorkese una connotazione specifica, io la chiamo l’estetica dell’aggressione, che non si trova in nessuna altra parte del mondo
Globalizzazione: secondo lei è evidente anche nell’arte e se si, quali sono oggi i temi e le tendenze più interessanti dell'arte contemporanea?
McDonalds e MTV 15 anni fa. Le regole del social network Twitter di oggi. Facebook: di tutto e di più. Vi sembra abbastanza globale? Presumere che vi siano delle tendenze precise che pervadono l’arte contemporanea è come chiedere una cosa scontata, per esempio se c’è un elefante rosa nella stanza. Ovviamente no. Le tendenze sono ovvie solo quando sono pertinenti ed attuali, e la pertinenza è estremamente soggettiva!
Aveva già avuto modo di sentir parlare del Premio Terna? Se sì, pensa possa contribuire a dare una scossa culturale al sistema dell’arte in Italia?
Ne ho sentito parlare da alcuni colleghi del mondo artistico italiano che ho conosciuto tramite il mio lavoro passato alla Fondazione Volume di Roma. Il premio apporterà una competitività positiva tra i giovani emergenti e si spera che questo contribuisca alla creazione di opere più innovative.