

“Io credo che lo sguardo dell’arte sia al tempo stesso critico, etico e amoroso. Questo vuol dire che bisogna analizzare le situazioni criticamente, confrontarsi in modo etico con gli altri e con il mondo, soprattutto oggi in cui tutto è più accelerato e la cultura stessa è sempre più viva e non possiamo prescinderne”
Artista di fama internazionale, docente titolare all’Accademia di Brera di Milano, Alberto Garutti è ora anche un “Terawatt” del Premio Terna 02. Con la sua opera “Temporali” ha centrato in pieno il tema della seconda edizione del concorso, la proporzione “Energia: Umanità= futuro: ambiente”, capovolgendo ancora una volta le regole estetiche e progettuali del fare arte contemporanea. Il lavoro, presentato con tecnica Digitale Computer Generated Graphic, rappresenta in realtà lo scheletro di un progetto più ampio e articolato. “Ogni volta che un fulmine cadrà in Italia durante i Temporali – si legge nello statement dell’opera-, un propulsore di energie si accenderà, grazie a una fitta selva di lampade collegate con il CESI (Centro Elettrotecnico Sperimentale Italiano)”.
L’opera vincitrice, dice l’artista, esprime “una natura che contiene il senso mistico dell’arte”. Secondo Garutti, infatti, “per secoli gli artisti hanno guardato alla natura attraverso lo sguardo dell’arte. Anche io mi sono posto in questo atteggiamento di osservazione. Considerando il problema dell’artificiale che si naturalizza e della natura che si artificializza. Attraverso l’esperienza dell’opera – continua- l’uomo è in grado di cogliere la potenza mitica della natura, di avvicinarsi ad essa e di percepirne i segreti imperscrutabili”.
Filosofia, poesia, arte. L’artista ama esprimersi a 360° gradi. “Molto importante è il tema – dice-. Affrontarlo e dare senso etico mi sembra approccio irrinunciabile. Io credo che lo sguardo dell’arte sia al tempo stesso critico, etico e amoroso. Questo vuol dire che bisogna analizzare le situazioni criticamente, confrontarsi in modo etico con gli altri e con il mondo soprattutto oggi in cui tutto è più accelerato e la cultura stessa è sempre più viva e non possiamo prescinderne”. Garutti, che ha apprezzato anche i lavori degli altri colleghi, “tutti di altissimo livello”, non ha avuto esitazioni a partecipare al concorso. “Il Premio Terna è importante perché progettato secondo logiche che guardano alla contemporaneità in modo molteplice –spiega-. Anche il tipo di committenza proposta ha assunto la veste di vero e proprio polo dialettico, tale da consentire alle opere di mutare e crescere, di prendere una fisionomia imprevista. Ci sono un’organizzazione e una giuria di grande livello”. Garutti, non nasconde la sua doppia anima di artista e docente e riabilita l’importanza dell’insegnamento dell’arte vista quale opera di educazione sentimentale. “Operazione complessa – conclude- ma che apre a dialettiche nuove. E’ necessario però che il docente sia capace di togliersi la veste istituzionale. Il vero problema è trovarsi sul terreno nudo dell’opera, a prescindere dai ruoli”.
"Il fabbisogno di energia è totalmente fondante nella nostra esistenza, del passato, del presente e del futuro. Immagino una repentina e travolgente rivoluzione energetica pulita: questo il nostro futuro"
Dissolvere i confini con l'uso della luce. Questa l'idea da cui è partito Stefano Cagol, vincitore del PT02 nella categoria Terawatt con l'opera "Dissoluzione di luce", per interpretare la proporzione "Energia:Umanità=Futuro:Ambiente". Il light box prende spunto da un progetto luminoso installativo realizzato dall'artista come "Parallel Event to Manifesta 7" a Trento. "Nell'immagine da me proposta, un fascio luminoso di 15 chilometri simbolicamente scuote nella sua purezza e invita a riflettere - spiega Cagol-. Sovrasta le luci del vivere cittadino, avvicina le montagne, unisce l'ambiente tra orizzonte, cielo e terra. La luce disegna linee impossibili da trattenere tra le mani - puntualizza l'artista-, ed è quindi una perfetta metafora di confini da superare: i confini tra culture, tra convinzioni, tra momenti storici, tra uomo e natura, tra passato e innovazione". Gagol di confini nella sua vita ne ha superati diversi, a cominciare dalle frontiere. Nato a Trento, ha vissuto dieci anni a Berna, ha studiato all'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e alla Ryerson University di Toronto. Artista di alto profilo, Cagol ha realizzato diversi importanti progetti di cui uno alla Biennale di Berlino 2006 il progetto speciale "Bird Flu / Vogelgrippe" (Influenza aviaria), supportato dalla Galleria Civica di Arte Contemporanea di Trento, Museion, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Bolzano e la Kunstraum di Innsbruck, Austria. All'interno del suo percorso artistico un fattore fondamentale è sempre stato il viaggio, attraverso il quale ricerca o incontra i paesaggi contemporanei e i simboli della nostra epoca. Oggi lavora e vive tra l'Italia e Brussels. "Negli utili anni diversi progetti mi hanno avvicinato al Belgio - spiega l'artista-. Rimango comunque particolarmente connesso con la mia terra, Trento, che ad esempio è protagonista dell'immagine vincitrice. Ma lavorando all'estero si amplificano il confronto e la crescita della propria ricerca. Essere artista contemporaneo è una missione, senza esclusione di colpi. Pretende un impegno totale e una perseveranza che poche professioni richiedono. E in un mondo che non è più chiuso in piccole realtà, è necessario confrontarsi con il panorama mondiale. Questo significa un continuo mettersi in discussione". La stessa molla che lo ha spinto a partecipare al Premio Terna 02. "Ho subito trovato interessante e intrigante sia la tematica di quest'anno che il progetto del Premio in se stesso. Affronta infatti punti davvero vicini alla mia ricerca - spiega l'artista-. Il fabbisogno di energia è totalmente fondante nella nostra esistenza, del passato, del presente e del futuro. Immagino una repentina e travolgente rivoluzione energetica pulita: questo il nostro futuro! In un modo molto diretto, sono vicino tecnicamente alla tematica energia, proprio attraverso i media che spesso utilizzo - precisa l'artista-. In un secondo livello poi, più profondo, mi sono sentito coinvolto emotivamente. Riflettendo sui temi proposti dal PT02 si parla dell'essenza stessa dell'uomo sulla terra. L'uso, lo sviluppo e il futuro dell'energia rispetto all'impatto ambientale coinvolgono ognuno di noi, artisti, dentisti, politici". "Dissoluzione di Luce", l'opera vincitrice del PT02 "innesca molteplici confronti", quegli stessi confronti che Cagol non ha certo temuto di affrontare proponendo il proprio lavoro ad una giuria internazionale e interpretando un tema così complesso. "Ho creduto molto nell'opera che ho proposto - spiega commentando la vittoria- Ovviamente si gareggia anche per vincere, ma per forza di cose non sempre succede. Questo risultato mi rende davvero felice. Sono convinto che questo progetto a New York sarà un ulteriore ed importante step nel mio processo creativo". Cagol, che ha lavorato in giro per il mondo, ha molto apprezzato "la puntualità assolutamente rigorosa dell'organizzazione. L'approccio professionale e perfetto nei tempi, nelle scadenze, nei risultati, nonostante i numeri astronomici dei partecipanti. In Italia è cosa per nulla scontata. Ma devo dire che spesso anche all'estero può capitare di trovare situazioni non proprio all'altezza delle aspettative".
"Vincere un premio significa conoscere il peso del proprio operato, significa avere uno specchio dove guardarsi con gli occhi di un altro. Vincere significa ricominciare e farlo meglio di prima".
"E'necessario immettere nuova energia nelle lampadine, tradizionale simbolo delle idee, per poter riscoprire l'ambiente circostante". Pensava questo, Simone Bergantini quando, immortalando magicamente l'energia ormai spenta di alcuni bulbi elettrici appesi a un filo, scattava la fotografia "Work 77", vera e propria opera d'arte che da lì a poco gli avrebbe fatto vincere il Premio Terna 02 nella categoria Gigawatt. I lavori di Bergantini nascono dalla fotografia tradizionale e dallo studio prima e dall'esasperazione poi di processi chimici e fisici sul negativo. "Nascono dalla sfida e dalla necessità di recuperare la dimensione dell'invisibile - spiega- tramite un metodo, come quello della riproducibilità tecnica delle immagini, oggi esasperato da un eccesso di luce e surreale esattezza". Nato a Velletri, a pochi km da Roma, laureato in storia dell'arte contemporanea con una tesi sulla figura di A.B.O: e sulla Transavanguardia, Simone non si aspettava questo successo: "Vincere un premio per un giovane artista - spiega- significa conoscere il peso del proprio operato, significa avere uno specchio dove guardarsi con gli occhi di un altro e questo può generare una crescita importante nel lavoro. Ho sempre considerato ogni nuovo successo, piccolo o grande come un iniezione di fiducia ma anche come un cambio di prospettiva, una dimensione nuova, sublime e spiazzante. Vincere significa ricominciare e farlo meglio di prima". Simone ha riposto fiducia in Terna quale esempio di moderno mecenatismo a sostegno dell'emersione dei talenti "nella misura in cui vincendo si entra a far parte della vostra storia. Ma questo - chiarisce-, è ovviamente reciproco. Facendomi vincitore anche Terna entra a fare parte della mia storia, del mio curriculum. Un percorso artistico è fatto dalle opere che l'artista produce e dalle persone che hanno reso questo possibile, dietro ad ogni artista c'è un lavoro di squadra, fatto di amici, collezionisti, galleristi, curatori e in questo caso da una grande azienda in sinergia con il sistema pubblico". Soddisfazione a parte, Simone è consapevole di quanto sia difficile affermarsi in un settore così competitivo come quello dell'arte contemporanea ma non ha mai gettato la spugna. "Fare l'artista di professione è per pochi fortunati - spiega- e mi auguro di riuscire, sto lavorando molto per questo, per crearmi un ruolo ma quello che mi auguro veramente per il futuro è continuare a fare arte". Dopo la laurea Simone si trasferisce a Milano dove impara i segreti della fotografia lavorando come assistente free lance per la moda e la pubblicità e poi a Torino dove vive da meno di un anno "con l'intento specifico di trovare l'ambiente ideale per lavorare al mio progetto artistico, nella speranza di portare quanto prima il mio lavoro oltre il confine italiano". Il coraggio e la tenacia gli hanno dato ragione oggi Simone lavora con la Jarach gallery di Venezia, "con cui tra qualche giorno parteciperò ad Artissima a Torino", ma in passato si era già fatto notare collaborando con la galleria Romberg di Roma, e con la Mc2 di Milano. E ora? "Sono pronto a recepire ed elaborare tutto quello che verrà ma francamente mi chiedo cosa con questa vittoria ci si aspetti da me, mi avete regalato una cosa importante, spero di ricambiare nel migliore dei modi".
"Credo che l'operare artistico sia un opportunità per definire la relazione tra l'uomo, lo spazio e il tempo - spiega l'artista-. Un tentativo di analizzare attentamente la complessità, la fragilità e l'assurdità del comportamento umano"
Responsabilità sociale, educativa, di denuncia. E' questo il ruolo dell'arte secondo Giulio Delvè, il gigawatt vincitore del premio speciale assegnato dai galleristi del PT02. Giulio, premiato per l'opera "Brainstorm", fotografia tradizionale su carta, spiega così il suo lavoro: "è una serra artigianale, casalinga, un installazione costruita con materiali riciclati: ante di balcone, luci a risparmio energetico, timer e sistema di irrigazione analogico, cartone ed una coperta. Il brainstorming è una tecnica di creatività di gruppo per far emergere idee volte alla risoluzione di un problema". L'artista vive e lavora tra Napoli e Berlino. Ha esposto al Pan e al Madre di Napoli, alla Fondazione Merz e al Castello di Rivoli di Torino. I suoi progetti nascono in maniera molto istintiva da input, riflessioni e meditazioni, dalla necessità di comprensione. "Credo che l'operare artistico sia un opportunità per definire la relazione tra l'uomo, lo spazio e il tempo - spiega l'artista-. Un tentativo di analizzare attentamente la complessità, la fragilità e l'assurdità del comportamento umano all'interno di un preciso contesto, un tentativo di studiare l'individuo come animale sociale. Non ho una metodologia prestabilita - continua- ed ho un interesse verso tutti i livelli di sperimentazione dei linguaggi, dall'installazione al video, dal collage alla fotografia, ma non prediligo un media in particolare poiché penso che questo si delinei autonomamente in funzione del concetto". Giulio, che si è formato all'Accademia di Belle Arti di Napoli e alla Weißensee Kunsthochschule di Berlino, considera molto importante la professionalità, la sincerità e la visione quali elementi imprescindibili del suo lavoro, ma soprattutto crede sia fondamentale uno scambio, un confronto, una possibilità di dibattito tra gli artisti ed il mercato per crescere sia sul piano umano che sul piano professionale. Del Premio Terna ha infatti apprezzato soprattutto il progetto "Connectivity" e quindi la visibilità internazionale, l'apertura a mercati esteri e la possibilità di instaurare relazioni con un altro continente. E forse è stata propria questa la molla che lo ha spinto a partecipare. "Ho molto apprezzato il fatto che i vincitori della prima edizione del concorso hanno avuto modo di esporre le loro opere a New York. Mostrare i propri lavori al Chelsea Art Museum rappresenta una esperienza considerevole e una reale possibilità di crescita internazionale."
"Il mio lavoro è stato realizzato dal vivo, in presa diretta. C'è voluto un accurato lavoro di ricerca per trovare il leone e il domatore giusto"
Un leone e domatore si scambiano lunghi silenzi in tutta complicità. A catturare l'attimo fuggente, il vincitore nella categoria Megawatt del Premio Speciale Comitato Galleristi: Mauro Folci. L'artista aquilano trapiantato a Roma, oggi anche docente all'Accademia di Belle Arti di Brera, è un maestro delle arti performative e considera l'opera d'arte principalmente come elemento visivo e accadimento. "Nei miei lavori privilegio il messaggio, l'approccio filosofico - spiega l'artista-. Anche perché penso che l'arte debba essere un po' argomentata e comunque svelata. Per le mie opere, traggo spunto principalmente dalle mie letture, non esclusivamente filosofiche". Negli ultimi 15 anni, il lavoro di Mauro Folci si è focalizzato principalmente sul concetto di potenza latente. Per "Noia", il video-still che gli ha fatto vincere il riconoscimento dei galleristi, la riflessione filosofica parte da lontano "nel sondare il nostro rapporto con il mondo con l'ambiente, con quanto ci circonda. Il video - continua Folci-, mostrando una correlazione insolita tra un uomo e un animale, indica la vicinanza tra lo stupore degli animali e l'incanto-incatenamento degli esseri umani quando sono in uno stato emotivo di noia profonda". Ecco dunque la riconcettualizzazione artistica dello spazio come luogo da abitare, in cui contemplare anche sottese dinamiche filosofiche. Difficile definire e immortalare il concetto di noia. Folci ci prova con un video-still. "Nello stato d'animo della noia, secondo quanto rilevato da Heiddeger, all'uomo si rivela un rapporto con il mondo che è vicino a quello dell'animale con l'ambiente. Il tempo ci incanta e incatena nella sua essenza disarticolata e proprio in questa condizione di inattività il tempo ci rinfaccia tutte le possibilità che giacciono inutilizzate". Per "Noia", Folci si è ispirato a "San Gerolamo nel suo studio", un opera del '400 di Antonio Colantonio esposta al Museo di Capodimonte, che mostra il santo mentre estrae una spina dalla zampa di un leone. "Dall'idea alla vera e propria realizzazione dell'opera sono passati in tutto 6 mesi, riprese e montaggio inclusi. Questo lavoro è frutto di una lunga ricerca, innanzitutto per trovare il leone e il domatore che fosse in grado di poter indurre l'animale a fare un esercizio del genere". Folci non si aspettava di vincere, anche se credeva nella qualità del suo lavoro. "Questo premio è un incoraggiamento alla mia ricerca - dice- un riconoscimento alla mia opera, uno stimolo in più. Ho apprezzato tuttavia anche gli altri lavori che hanno ottenuto un riconoscimento dalla giuria. Premiare il lavoro di Garutti, in particolare, credo sia stata davvero un' ottima scelta". L'artista è essenzialmente uno spirito libero e, pur premiato dai galleristi del PT02, predilige circuiti alternativi agli studi di ricerca. "Ogni artista segue il suo percorso. Io non faccio parte dei grossi circuiti dell'arte, nel senso che non lavoro con nessuna galleria in particolare, anche perché credo che la mia ricerca artistica non produca oggetti che poi possano essere immessi facilmente sul mercato. Proprio per questo, negli ultimi anni ho lavorato soprattutto con le fondazioni, i musei, le scuole e le Istituzioni pubbliche". Folci apprezza il Premio Terna in quanto iniziativa a sostegno dei talenti, "l'importante - dice- che al centro di questo tipo di iniziative rimangano sempre l'amore per l'arte, la cultura e la ricerca. Non tanto il profitto".
"Il mio lavoro mi precede sempre. Viaggia molto più veloce di me e di quella che può essere la mia gratificazione personale. Spero che grazie al Premio, le mie opere abbiano la possibilità di crescere e di confrontarsi con il mondo".
"Io non mi preoccupo mai dell'impatto che il mio lavoro ha sul pubblico. Pongo attenzione al mio percorso di ricerca e cerco di svilupparlo in un rapporto quasi esclusivo tra me e le opere". Esordisce così Michele Manzini, 42 anni di Verona, vincitore del Premio Terna 02 nella categoria online, con l'opera "Untitled (#87)". L'artista è rimasto quasi sorpreso dal plauso del popolo del web (ha ottenuto ben 1940 voti). "Questo è un fatto che mi apre ad una riflessione più ampia sulla capacità del mio lavoro di comunicare - spiega-, sulla sua struttura e anche sulla possibilità che il pubblico possa diventare materiale con cui lavorare". Nella realizzazione dei suoi lavori, Manzini opera costantemente oscillando tra due dimensioni: quella dell'elaborazione teorica e quella della realizzazione di installazioni. L'opera presentata al Premio Terna è stata infatti corredata da spunti filosofici sul tema del paesaggio. "I miei scritti - commenta- sono l'orizzonte verso il quale si muove sempre il mio lavoro. Direi che ho iniziato la mia esperienza figurativa nel momento in cui ho avvertito il limite della parola ed ho sentito la necessità di appropriarmi di nuovi strumenti". Manzini realizza essenzialmente delle installazioni che poi decide di immortalare fotografandole. "Io realizzo figure. La figura è un tentativo di forma che contrappongo al fascino delle immagini le quali seppur cariche di verità luccicano e poi svaniscono senza transformarsi in un sapere. Mi capita spesso di affermare che non sono e non mi sento un fotografo. Non lo sono né per formazione tecnica né figurativa e le uniche fotografie che io realizzo sono quelle dei miei lavori. In realtà - continua-, ciò che a me interessa della fotografia è il lavoro di posizionamento rispetto all'oggetto. La possibilità che questa mi dà di definire una distanza precisa rispetto alle cose. La mia in realtà è la ricerca di un varco, l'individuazione di una soglia, in cui il conflitto e l'alterità tra luce ed ombra, artificio e natura, forma ed informe rimangono per un attimo sospesi in una meravigliosa dissonanza". L'indole indipendente dell'artista veronese lo ha portato fino ad oggi a muoversi al di fuori dei circuiti tradizionale dell'arte. "Mi sono sempre mosso autonomamente - spiega Manzini-. Ho partecipato a mostre collettive e personali in giro per l'Europa: dal Palazzo della Gran Guardia a Verona all'Istituto Italiano di Cultura di Praga, dal Rathaus di Stoccarda alla Smith Gallery di Edimburgo. Questo se da un lato ti da una grande libertà, dall'altro però ti toglie molto tempo ed energie che potrebbero essere impiegate per i miei lavori. Oggi sto valutando la collaborazione con alcune gallerie che si sono interessate al mio lavoro grazie anche al premio". Il Premio Terna offre dunque una marcia in più: un trampolino di lancio per alcuni, la consacrazione definitiva per altri. Per Manzini, soprattutto"un grande incoraggiamento a continuare nel mio lavoro". Del concorso, l'artista ha apprezzato soprattutto l'idea di un moderno mecenatismo d'impresa. "Si affaccia all'orizzonte un nuovo modello di committenza che vede anche le imprese come Terna coinvolte, ma in maniera completamente diversa dal vecchio stereotipo. Questa - commenta Manzini- è una modalità che io giudico estremamente interessante e fertile. Si tratta di un atteggiamento più collaborativo in cui si condividono con l'impresa alcuni obiettivi come innovazione, ricerca, sperimentazione e che contribuisce a rendere visibile la responsabilità sociale di un'impresa. Si tratta di creare occasioni, eventi, promozione o addirittura di finanziare progetti specifici che altrimenti non sarebbero possibili con i soli mezzi dell'artista".
“Quello che più mi affascina è sapere che ognuno porta sempre con sé due volti. Ritrarre diventa così difficile e semplice allo stesso tempo”.
Man Ray, Picasso, Warhol. Sono numerosi gli artisti che hanno contribuito a forgiare il talento espressivo di Dino Pedriali, premio speciale della giuria del Premio Terna 02. Il Terawatt ha appassionato i giurati per “coerenza e rigore” con l’opera “Miraggio”, stampa a getto d'inchiostro su carta hahnemule barata. “In realtà il mio lavoro è stato soprattutto un atto d’amore verso mio figlio – spiega l’artista-. Un autoritratto molto segreto, direi. Ho interpretato la parola energia come elemento vitale ma ad ispirarmi è stata soprattutto la parola umanità”.
Pedriali, che dichiara di “non portare mai la macchina fotografica con sé”, è stato definito dal critico d'arte Peter Weiermair come il “Caravaggio della fotografia del Novecento”, riferendosi in particolare al genere del nudo. Pedriali non ama definirsi un fotografo perché ogni suo progetto, ogni suo slancio o intuizione hanno sempre trovato compiuta espressione nell’arte. E’ sì il Caravaggio della Fotografia ma non tanto per il suo modo di rappresentare, di fotografare, di mettere in scena il corpo nudo dei suoi modelli quanto per la sua singolare adozione di un genere in cui il grande pittore del Seicento eccelleva: la natura morta. Eppure, Dino Pedriali deve molto del suo talento anche agli incontri fatti nel suo cammino. “Mi è sempre piaciuta l’arte ma non sapevo dipingere e così alla fine ho trovato espressione nella fotografia, in particolare la ritrattistica. Quello che mi affascina è sapere che ognuno porta sempre con sé due volti. Ritrarre diventa così difficile e semplice allo stesso tempo”. Davanti al suo obiettivo sono passati grandi personaggi come Giacomo Manzù, Giorgio De Chirico, Federico Zeri, Alberto Moravia, Federico Fellini, Rudolf Nurejev, e Pier Paolo Pasolini. La passione per l’arte, che difende sopra ogni cosa, lo ha spinto da sempre verso lo studio del nudo, per lui vocazione irrinunciabile e che ha bisogno di artisti e testimoni per non essere dimenticato
L’artista ha cominciato lavorando in una galleria a Torino. Di quegli anni ricorda un incontro che gli cambiò la vita: Man Ray. “Sono sempre stato un grande appassionato dell’iconografia dell’immagine e molti artisti in me hanno lasciato il segno. Oltre Man Ray, che rimane un maestro anche Roberto Longhi che mi ha insegnato l’importanza della dimensione, senso, stile della plasticità. Caravaggio poi è sempre stato fonte di ispirazione e guida per luce e tonalità”. Pedriali rimpiange i tempi in cui lavorava con i grandi artisti del passato, tra tutti Warhol. “Rimpiango soprattutto la libertà che si respirava in quegli anni – spiega-. Oggi credo che stiamo attraversando un periodo molto delicato per l’arte contemporanea: è come se stessimo andando a ritroso nel tempo”.
E’ anche per questo motivo che l’artista ha accettato l’invito di Terna a partecipare al concorso. “Quello che mi è più piaciuto di questo progetto è stata soprattutto la sensibilità dimostrata dall’azienda per l’arte contemporanea. E’ come se Terna avesse deciso di prendere in mano questa situazione aiutando e i giovani e i big. Come dire: occupiamoci dell’arte perché patrimonio importante. In questo nuovo aspetto del modernismo rinascimentale io vedo una salvezza. Oggi la committenza è fondamentale: permette all’artista di confrontarsi con la propria professionalità e di crescere”. Pedriali, che ha collezionato numerosi successi nel corso della sua lunga attività professionale, confessa di avere ancora nel cassetto tanti progetti. “L’artista ha una personalità molto delicata. Oggi sono più fragile ma ho una capacità più alta di composizione. Il mio sogno è di riuscire a creare un elemento prospettico del giudizio universale. Un’impresa titanica a cui sto lavorando già da parecchi anni”.