

Per Francesco Cascino è tempo che i modelli imprenditoriali si sposino con le best practice dei sistemi dell’arte internazionali, sullo stesso modello che anima lo spirito del Premio Terna. Ma per rivitalizzare il sistema dell’arte e stare al passo con i mercati internazionali occorrono maggior apertura mentale, la capacità di mettersi in discussione e superare un certo snobismo intellettuale.
In cosa si differenzia il Premio Terna rispetto agli altri e qual è il suo valore aggiunto?
La concretizzazione delle filosofie è la vera novità ovvero il tentativo di supportare il sistema dell’arte trasferendo i know- how imprenditoriali di Terna e coniugandoli con le specificità del settore. Il premio Terna rispetto agli altri è inoltre democratico, aperto a tutti e offre soprattutto agli artisti un percorso di crescita che non finisce con la premiazione dell’opera. I vincitori dello scorso anno, per esempio, hanno avuto l’occasione di esporre le loro opere a New York mettendo piede al Chelsea Museum, inserito all’interno di un quartiere meglio conosciuto come il distretto dell’arte, dove ci sono le 400 gallerie più importanti del mondo. Una comunità artistica dove nessuna opera è isolata, ma si inserisce in un contesto fatto di film, libri, altri quadri e altre sculture e abitato non solo da critici e collezionisti, ma anche da famiglie. Questo è già un valore aggiunto specie per i giovani artisti che si renderanno così conto di quanto conta l’organizzazione nel sistema dell’arte. Quest’anno vogliamo poi essere ancora più concreti grazie all’istituzione di un comitato di gallerie che sceglierà i propri vincitori e offrirà loro un percorso di carriera.
Un recente sondaggio dell’ISPO, commissionato da Terna in occasione del Premio, ha rilevato che il 75% degli artisti ha un rapporto conflittuale con i galleristi. Come si risolve questo conflitto?
Si risolve con la crescita degli artisti. Molti di loro non conoscono le regole del mercato, fatto di gerarchie e priorità In questo gli italiani, rispetto ai colleghi stranieri, devo ammettere sono un po’viziati. Consiglierei loro di imparare l’ascolto e come funzionano i sistemi al di fuori del loro studio. E’ sulla formazione che l’artista deve investire ed è quello che poi semmai deve chiedere allo Stato prima ancora di cercare sovvenzioni. Bisogna spiegare agli artisti le regole per una buona gestione del proprio lavoro. Un gallerista serio non deve però entrare nei sistemi dell’artista: non deve dire cosa deve fare, chi deve dipingere, cosa pensare, chi guardare, al massimo lo può fare un curatore che ha un know how storico e culturale per guidare un artista. Il gallerista bravo deve addolcire i toni e modi e spiegare all’artista quando ci sono delle difficoltà. Bisogna poi distinguere il gallerista commerciale dal gallerista di ricerca. Il primo pensa soprattutto a vendere opere, si rivolge a chiunque possa comprare, al mercato più facile, fatto di gente che vuole magari giusto arredare casa. Il secondo, quello a cui ci rivolgiamo noi del Premio Terna, lavora su artisti che magari producono meno di un artista commerciale puntando sulla qualità. E’ un mercante di idee, un curatore, uno che si innamora di un tipo di pensiero, che va a caccia di artisti. Non gli interessa il mezzo con cui l’artista si esprime ma gli interessa l’idea, la novità. E’ un gallerista evoluto e colto che va alle biennali, e ovunque si respiri innovazione. Per me, il senso della galleria è fare sistema, mettere insieme le forze e tentare di spiegare una cosa che non abbiamo capito e siccome siamo di più arrivare a capirla prima. Più in generale, per crescere l’artista ha bisogno di trovare un curatore di riferimento a cui far vedere la propria ricerca, confrontarsi con la rete e le persone che lavorano nell’arte per capire se si sta proponendo qualcosa di già visto e soprattutto, viaggiare. Io mi sento di suggerire Berlino e Shangai, dove c’è il presente ma anche il futuro.
L’art-advisor e il consultant possono aiutare in questo percorso di crescita?
Tutti e due lavorano sulla formazione e informazione di quanti intendo avvicinarsi al mondo dell’arte, quindi non lavorano esclusivamente per gli artisti. I consulenti lavorano più sulla cultura, gli art-advisor sono più orientati al rapporto tra opera e costo e ti dicono quando è più conveniente comprare un’opera, dove e perché. Al consulente, invece, non interessa quando la compri ma ti dice cosa devi imparare a osservare, è quasi un critico. Entrambi sono senz’altro utili per approfondire la propria conoscenza del settore in quanto suggeriscono che libri leggere, quali mostre vedere e quali curatori seguire. Anche i musei, sono un ottimo punto di riferimento per la propria formazione. Ma educare le masse è un’altra cosa.
In cosa differisce il sistema dell’arte italiano da quello new-yorkese?
In Italia, il sistema scricchiola perché non c’è. Per quanto mi riguarda, scricchiola il sistema delle gallerie perché la maggior parte dei galleristi sono costretti a vendere qualunque cosa a qualunque prezzo. Questo per fortuna non riguarda le gallerie importanti, solo 35 nel nostro Paese su 3000 sparse in tutto il territorio. Per sistema, intendo una vera e propria metodologia imprenditoriale: l’artista viene messo sul mercato da un curatore che sa valutare la sua genialità, lo propone al gallerista il quale lo vende a un prezzo che ogni anno è sempre più alto. Il valore dell’artista così sale, il suo successo cresce e questo induce il museo ad riservagli maggiore attenzione. L’artista così finisce nel museo e da lì consacrato sulle scene. E’ importante però che il valore dell’opera proposta non venga scontato, perché altrimenti l’artista si svaluta. Cosa che invece in Italia, purtroppo, succede spesso. Se l’artista è accreditato lavora con gallerie potenti e solitamente non lavora in Italia, perché le gallerie in Italia non hanno/fanno sistema. E’ questa una delle principali differenze con New York ma anche con tante altre città del mondo. All’estero c’è anche maggiore attenzione nei confronti dell’arte. Vendere un artista come si deve, serio, preparato, colto significa contare su un circuito, significa avere il controllo sul territorio.
L’arte contemporanea è riuscita a liberarsi dai canoni classici e dalla rigidità di vecchi schemi espressivi conquistando così molti giovani. Non crede che anche il suo linguaggio, spesso criptico, debba evolvere verso una maggior apertura democratica?
Abbassare lo snobismo intellettuale con cui si comunica l’arte contemporanea è un altro tentativo che il Premio Terna intende perseguire. Qualcosa per fortuna sta cambiando e certa prosopopea viene respinta da persone intelligenti. Ci sono dei curatori, che non hanno bisogno di presentazioni come Massimiliano Gioni (senior curator del New Museum di New York, il museo dei nuovi linguaggi n.d.r.), con cui si può parlare notti intere con semplicità. E’ genuino, appassionato della materia, ama spiegarti le cose fino in fondo. Forse è scappato a New York anche per questo: in Italia sarebbe morto di noia tra tutti questi pseudo intellettuali. Così facendo, l’arte rischia di diventare come il calcio: tutti quelli che hanno fallito la rincorsa nell’area di rigore diventano commentatori.
25/05/2009