

Il Premio Terna punta a divenire una piattaforma di lancio per artisti e nuovi progetti. La pensa così Gianluca Marziani, curatore per il secondo anno consecutivo dell’evento. Tra le novità di quest’anno: un network di galleristi, borse di studio per i vincitori e partnership internazionali, con l’obiettivo di rafforzare la visibilità e forza del marchio e offrire ai giovani un percorso di carriera.
Il Premio Terna 01 ha raccolto consensi di critica e di pubblico. Quali sono le novità della seconda edizione?
Abbiamo cercato di mantenere un forte senso di continuità tra la prima e la seconda edizione del Premio modificando alcuni aspetti migliorabili e confermando quello che, a nostro parere, era invece ben oliato. Stiamo in particolare rafforzando il movimento attorno al premio e dopo il premio proponendo per esempio borse di studio e partnership internazionali. La parola Premio è un logo funzionante ma in realtà racchiude tutto il movimento di idee che ruota attorno. Il concorso è solo uno degli aspetti del premio e questo ci distingue dagli altri che solitamente, almeno in Italia, sono più focalizzati sulla radice del concorso. Il Premio Terna ha infine un approccio istituzionale molto forte e di comunicazione. Vogliamo fare diventare il premio una piattaforma sempre più aperta, un volano, un motore da cui possono partire nuovi progetti. Una piattaforma Terna. Per quanto riguarda la squadra, quest’anno con me ci sarà anche Cristiana Collu, direttrice del museo MAN di Nuoro, che mi affianca sugli aspetti curatoriali del Premio. Francesco Cascino quest’anno curerà anche il rapporto con le gallerie all’interno di un progetto dedicato. Quest’anno cercheremo infatti di dare sempre più spazio e dinamismo al ruolo del gallerista all’interno del Premio senza creare conflitti di interesse, ma creando un coinvolgimento propositivo, informativo e di network che possa apportare vantaggi agli artisti e agli operatori. Cambia infine la giuria, modificata integralmente, pur mantenendo l’eterogeneità. Abbiamo coinvolto anche quest’anno personaggi del cinema, collezionisti, architetti, insomma un ventaglio di categorie. L’obiettivo è quello di rafforzare la visibilità e forza del marchio che già la scorso edizione si è fatto conoscere come uno dei premi più solidi. Avere sempre più credibilità e consenso dagli artisti in generale. Da parte mia, mi aspetto di avere sempre più big nella categoria Terawatt e avere sempre più il meglio della scena artistica nazionale. Diventare un riferimento per gli artisti giovani che possano vedere nel Premio un luogo reale e virtuale che produca non solo spunti da concorso ma anche progetti. Non è un caso che abbiamo portato la mostra dei vincitori dello scorso anno al Chelsea Art Museum di New York.
“Connectivity - NY” si preannuncia come una grande sfida. Quali sono le sue aspettative in qualità di curatore dell’iniziativa?
E’ nostra intenzione aprire fattivamente un dialogo con le istituzioni straniere, dando la possibilità agli artisti di farsi conoscere e di conoscere New York, anche nei suoi circuiti. Abbiamo portato i 16 artisti, che già avevano esposto al Palazzo delle Esposizioni di Roma, in giro per le gallerie selezionate facendogli conoscere i direttori art advisor, e addetti ai lavori. Oltre ad esporre le opere al Chelsea Museum di New York diamo così agli artisti anche una possibilità pratica di farsi conoscere personalmente e di far conoscere il loro lavoro. Oggi vogliamo esprimere un valore italiano all’estero ma negli anni successivi “Connectivity” vuole essere anche un punto di connessione, come dice la parola, con altri soggetti e iniziative di livello che diano agli artisti nuove possibilità come le borse di studio, una realtà del Premio già a partire da questa edizione.
Quale marcia in più avevano gli artisti che avete selezionato per il Premio Terna 01, rispetto agli altri partecipanti?
Quello che conta non è l’eccellenza ma la qualità media di un Premio, e la qualità media del Premio Terna nel primo anno è stata buona. Diciamo che il Premio ci ha offerto un excursus di quello che è un Paese: ti possono arrivare cose belle e brutte, in mezzo c’è stata una fetta media più che soddisfacente. In generale, ho notato una grande varietà di proposte, dal livello qualitativamente basso alle punte qualitativamente molto alte. Come è sempre stato e come deve essere nell’arte. La selezione è stata fatta in modo rigoroso tenendo conto di una serie di principi: la qualità dell’opera, non solo estetica ma anche concettuale, l’adattabilità di un opera allo spirito del tempo, la capacità di parlare un linguaggio universale. Su questi principi è ovvio che la selezione sia dura. Ti puoi aspettare banalità ma anche cose insospettabili come è stato per alcuni vincitori che, pur sconosciuti, abbiamo selezionato guardando al valore dell’opera, lo statement e quello che l’ artista presentava in quel momento. Abbiamo scoperto belle novità. Questo spiega la qualità orizzontale del Premio, ovvero lasciare a tutti la possibilità di esprimersi. Nel caso della categoria Terawatt siamo noi invece ad invitare i big su ragioni di curriculum, facciamo noi una scelta curatoriale. L’Italia è in fin dei conti un panorama creativo competitivo a livello internazionale, di buon valore. Se ci sono manchevolezze sono riferibili al sistema dell’arte: manchevolezze di gestione dei flussi economici, di qualità delle istituzioni nel senso di attenzione al contemporaneo, che è ancora bassa. Ci vuole più gestione e selezione della qualità, più sistema tra operatori e gallerie e più concentrazione di energie.
Cosa si richiede oggi a un giovane artista per emergere?
Il giovane artista oggi vive una strana dimensione. E molto viziato da un sistema dominato da un fortissimo business dalla grande attrattiva mediatica. E pensa che oggi debba essere tutto facile e immediato. In realtà l’artista deve capire l’importanza della concentrazione, del metodo, la resistenza, puntare sulle qualità interiori e il linguaggio. Il giovane deve capire che l’arte non è un gioco mondano ma un meccanismo interiore che può avere anche sbocchi mondani, sociali economici, ma questi non possono essere l’obiettivo dell’artista. E’ un po’ come per lo scrittore, l’obiettivo non è vincere il Nobel ma scrivere un grande libro. L’obiettivo è fare belle opere che rimangano.
25/05/2009