


Il mondo dell’arte newyorkese è più piccolo di quanto appaia, tuttavia è vario abbastanza per non essere mai noioso. Una città elettrizzante, faticosa ma generosissima. È un luogo in cui ci si sente di voler resistere.
Qual è la percezione del mondo dell’arte contemporanea italiana in un contesto come quello newyorkese? Questa e molte altre domande alla base di un’indagine lanciata in occasione della prima edizione del Premio Terna, “Transmittin Energy: A Contemporary Metaphor”, con l’obiettivo di instaurare un dialogo “cross oceanico” sempre più ricco sull’arte contemporanea. E’ l’inizio di una vera e propria interazione tra arte contemporanea italiana e newyorkese: due mondi diversi, in termini di possibilità, mercato, aspirazioni e prospettive. Divario percepito da artisti, galleristi e curatori che operano nella Grande Mela. L’opinione comune è che la conoscenza dell’arte contemporanea “made in Italy” sia scarsa e che ci sia davvero poca familiarità con la scena italiana. Si conoscono magari i nomi di gallerie o fondazioni più rilevanti, ma in generale non si conoscono i nomi degli artisti italiani interessanti.
L’idea diffusa che appare dalla numerose interviste sul campo è quella di un sistema limitato e sfocato, in carenza di risorse, che è costretto ad autoalimentarsi solo intorno a pochi privilegiati gruppi. La scena newyorkese, d’altra parte, rimane ancora un cuore pulsante in continua trasformazione. Tuttavia il momento di recessione che sta colpendo tutto il mondo si sta riflettendo duramente anche su questa città, con ovvie conseguenze sul mondo dell’arte. D’altro canto è curioso come molti artisti italiani trapiantati negli Stati Uniti, si rendano conto dopo alcuni anni che il circolo è comunque più ristretto di quello che si pensi. «Il mondo dell’arte newyorkese è più piccolo di quanto non sembra, tuttavia è vario abbastanza per non essere mai noioso. Una città elettrizzante, faticosa ma generosissima. È un luogo in cui ci si sente di voler resistere» risponde Matteo Norzi, del duo artistico Isola e Norzi, che vive e lavora tra l’Italia e New York.
Una città dove mettersi ancora in gioco e lottare, quindi, un circuito decisamente aperto e accessibile e proprio per questo estremamente competitivo. «È un esperimento di cui non si può conoscere il risultato, ogni individualità è legittimata dalla sua propria esistenza e dalla sua capacità di apportare differenza e quindi arricchimento culturale» aggiunge Nicola Verlato, che vive a New York e recentemente ha esposto al Padiglione Italia della Biennale di Venezia. Più in generale, molti ritengono che gli artisti newyorkesi abbiano un grado di preparazione e consapevolezza professionale superiore a quello degli italiani. Luigi Fassi, curatore e critico, attualmente Helena Rubinstein Curatorial Fellow presso il Whitney Museum of American Art ISP di NY a tal proposito aggiunge «moltissimi artisti americani, grazie alla qualità della loro preparazione svolgono l’attività di insegnamento presso le università e nelle Art School delle città come fonte primaria di sostentamento».
Quasi tutti gli artisti che escono da una scuola newyorkese hanno assicurata una collettiva e nel migliore dei casi una personale in qualche galleria di Manhattan. Irina Zucca Alessandrelli, curatrice tra l’Italia e New York, risponde «In Italia non esiste un sistema di gallerie che ha un bisogno continuo di artisti da proporre. Negli Stati Uniti il Master in Fine Arts funziona molto bene, spingendo gli artisti a migliorare il proprio stile e avvicinarlo a quello dei galleristi, in Italia non esiste nulla del genere, dopo l’Accademia delle Belle Arti gli artisti possono solo arrangiarsi».
La percezione per quanto riguarda l’Italia è la mancanza di un “sistema”, quella di un mondo dell’arte frammentato e disperso, che non supporta e non incentiva i giovani artisti sia loro carriera che nel loro rapporto con il mercato. Per quanto riguarda invece i supporti pubblici e privati Tra America e Italia, le differenze si fanno maggiormente sentire. Generalmente la diversificazione dei finanziamenti per l’arte presente in America (private, corporale o foundation) è vantaggiosa e offre più possibilità di movimento e sviluppo di progetti artistici anche di grandi misure. In Italia il rapporto tra supporto pubblico e privato appare abbastanza confuso.
L’impressione è che il supporto dell’arte in Italia dipenda quasi sempre dalle manovre politiche del Paese e che comunque gran parte del sistema si regga su finanziamenti privati come gallerie, fondazioni o collezionisti. Dal punto di vista statale a differenza del resto d’Europa, in Italia sembrano mancare totalmente le borse pubbliche di produzione e sostegno a favore degli artisti. In Italia, come negli altri paesi d'altronde, la chiave è quella di interconnettere pubblico e privato per garantire sviluppo e sostegno al pensiero creativo, soprattutto a livello internazionale.
09/07/2009