Luigi Ontani - vincitore Terawatt Premio Terna 01 - “Viva l’arte”, l'arte è viva: dagli oggetti pleonastici all’Electricthrone

Un corpo, un’identità, un modulo. Luigi Ontani realizza così la sua arte imponendosi sul panorama artistico contemporaneo per la sua unicità, così come singolare è ogni sua opera firmata con la sua particolare penna color Magenta, con la sua sigla e spesso anche con le foglie di Ontano.


Quali sono i processi a monte che l’hanno portata dal tema “Trasmettere energia: una metafora contemporanea” alla realizzazione concettuale dell’opera?
I miei processi sono dei riferimenti, spero, esemplari e automatici. Parlando di elettricità ho pensato che l’Electricthrone poteva essere tra tutte le mie opere la più esemplare che potessi esporre. L’Electritrhone lo avevo già formulato qualche anno fa come scultura. Nel tempo lungo che ci è voluto per realizzarla, ho pensato di formulare delle pose, anche in prospettiva di un inevitabile invito a New York per una personale. Trovo incredibile che in una grande democrazia come quella americana ci sia ancora la sedia elettrica. Ho pensato dunque di presentare l’opera in modo giocoso, che è il mio linguaggio: un trono dorato, antropomorfo con cinture che sono dei serpenti.


Le è stato chiesto di interpretare la trasmissione di energia come metafora contemporanea. Ora provi a reinventare il significato dell’acronimo Terna (Trasmissione Elettricità Rete Nazionale). Cosa Le viene in mente?
L’eternità. A me è venuto subito in mente Terna, Eternità. E’ un ideale, una realtà. E’ un’irrealtà l’eternità


Un recente sondaggio dell’ISPO, commissionato da Terna in occasione del Premio, ha rilevato che il 68% degli artisti non riesce a vivere solo del proprio mestiere, il 75% ha un rapporto conflittuale con i galleristi, l’86% ritiene che l’arte contemporanea debba essere sostenuta sia dallo Stato sia dalle aziende private. Cosa significa oggi per Lei essere artisti in Italia? Artisti si nasce o si diventa?
Io per mia fortuna vivo d’arte dagli anni ’70, quando cioè ho cominciato ad esporre.  A quel tempo, a Roma, si viveva con poco contando su una comunità fatta di comunicabilità, di arte e vita.  I problemi sono subentrati quando gli artisti negli anni 80 scoprono che questa può essere una professione.  Io non penso che un artista debba essere necessariamente protetto. Alcuni galleristi corretti possono trasformarsi in mecenati ma è cosa molto rara. La committenza è sempre cosa rarissima. Oggi essere artisti in Italia significa esprimere l’idea dell’arte in una contemporaneità molto aperta.  L’idea si sviluppa anche perché esistono degli strumenti: io per esempio uso la ceramica senza essere un ceramista, la fotografia pur non essendo un fotografo.  Essere artisti significa riuscire ad esprimere attraverso una prospettiva progetti, idee, attraverso l’elemento più pertinente, più significativo in coerenza con l’idea. E’ importante inoltre, anche se c’è una convinzione produttiva, riuscire a controllarla. Non fare le cose perché c’è un ordine o aspettativa.


Dopo anni di boom, c’è un rallentamento anche nel mercato dell’arte. Più in generale si assiste ad un certo calo delle vendite, anche se non su tutti i mercati. All’estero ci sono varie forme di sostegno per gli artisti, anche in termini  di attenzione da parte delle istituzioni e dei privati, ma chi lavora in Italia come se la cava?
Iniziative come quelle di Terna possono dare una mano agli artisti, attraverso borse di studio, aiutandoli a percorrere dei luoghi, diverse prospettive ed esperienze, se non hanno possibilità e carattere per farlo in autonomia. Più in generale, non condivido l’idea di alcune generazioni  che ciò che da significato, valore aggiunto ad un’opera è il costo stesso dell’opera.  Bisogna avere un certo rigore rispettando un eventuale quotazione senza fomentarla e giocare d’azzardo. Questi meccanismi sono scattati con la transavanguardia negli anni 80. Prima di allora non si era mai parlato che un opera valeva perché costava molto. Speculazione e gioco d’azzardo non li ritengo interessanti.  E’ da proporzionare questo aspetto che viene dato in pasto alle cronache, agli speculatori, cercare di chiarire che si tratta di essere selettivi, una cosa insignificante può essere molto significativa sul piano commerciale, può essere anche invisibile, ma non può essere inventata sul falso.

Come vede e interpreta la trasformazione dei luoghi e della città in cui vive?
Le trasformazioni di Roma non sono ancora così evidenti. C’è l’intenzione di rendersi contemporanea che non è ancora dimostrato. C’è un immediato futuro se si allude ai nuovi musei che stanno nascendo. L’artista non ha bisogno in assoluto di spazi. Lo spazio di cui ha bisogno semmai è quello in cui poter costruire delle cose. Io però ho sempre cercato di far nascere delle cose indipendentemente dal fatto che qualcuno potesse sostenerli, a quest’ora non avrei mai fatto nulla. E’ importante autogestirsi. Si può far di tutto con l’ironia e leggerezza.


Partecipa all’evoluzione dei luoghi in cui vive anche come operatore culturale?
Io cerco di partecipare come individuo a incontri ed eventi. Non mi autopromuovo,  ma sono disposto a dialogo e interlocuzione. A volte però sembra quasi che chi spartisce la cultura non consideri l’artista. Io, per esempio, raramente sono andato in tv perché ritengo difficile partecipare a quello spettacolo. E’ un'altra storia; si tratta di trovare uno spazio di coerenza di un linguaggio che non è spettacolo e intrattenimento nonostante possa sembrare che io faccia un discorso basato sull’esibizionismo. Cosa significa mescolare con tanta disinvoltura gli intesi? Io spero di avere un frivolo rigore, cioè anche il rapporto con la comunicazione intesa come promozione deve essere selettivo.  L’esibizionismo di di certi personaggi che abusano di certi mezzi ha tolto spazio agli attori. C’è un domino di salotto  culturale dei politici che non sanno nemmeno esibirsi e si offendono fra di loro, nel peggiore dei casi, quando invece ci sono attori che potrebbero mettere in metafora anche con radici dell’attualità, più difficile e più scarna, la propria qualità di attori e/o autori.


Come vede la situazione culturale ed artistica della sua città?
Ho dei filtri in questo. Cerco di avere una corazza trasparente che mi permette di guardarmi attorno però non posso fare combattimenti a perdere. Socialmente ho l’impressione in questo momento che ci sono battaglie,inutili, di ogni genere in cui perdono tutti. Io sono per tutto ciò che è solidarietà. Non c’è bisogno di esibire le proprie prestazioni ostentandole come fossero un vantaggio per tutti. E’ una cosa etico morale molto debole. Ecco, a Roma mi sento di dover avere una corazza di vetro.


Se le fosse chiesto di declinare la stessa opera su altri mezzi, come la convertirebbe/interpreterebbe?
 La cosa più ovvia sarebbe fare un video. Senza arrivare ad una teatralità ma giocare su una ritualità, la ritualità dell’anamorfosi, che io ho chiamato anamorPosa, pose in anamorfosi che vedono la partecipazione dello spettatore che si deve muovere nel suo punto di vista.  Questo movimento sarebbe invece più esplicito in un video. Ho pensato di proporre l’immagine lenticolare perché con 5 pose al massimo posso dare il senso performativo di un movimento.


Cosa fa un’artista quando non è all’opera?
Respira, divaga, passeggia, sogna, legge. Io sono un albero con le radici ma vorrei essere ancora più nomade, magari dormire sopra o sotto il mio proprio albero


Quale è e quale dovrebbe essere secondo Lei il ruolo del critico d’arte oggi, rispetto alla figura dell’artista e alla complessità del sistema dell’arte?
Quando io cominciai ad esporre, i critici erano studiosi, esperti che facevano normali introduzioni dell’opera, delle presentazioni. Tutto questo  è crollato nel ‘68. C’è stato un momento di esibizionismo di tutti. Siccome l’arte ha una possibilità di prospettiva creativa , sia il gallerista che il critico o l’operatore si sente di partecipare a questa creazione perché il linguaggio ha uno spazio di ambiguità più libertaria, per fortuna. A volte questa proposizione di tesi e punti di vista del critico è molto condizionante perché opportunistica, secondo lo spazio, l’occasione, la committenza. Intendo dire che l’abuso della vistosità  del punto di vista del critico è a sacrificio della qualità di presenza degli artisti. Sarebbe interessante che il critico riprendesse una dimensione di dovere, nel senso informativo, di coerenza delle ideologie che vuole esprimere. Trovo sorprendente che a volte per  protagonismo si sacrifichi la qualità della mostra. Non è affatto vero che gli artisti nascono o sono imposti da qualcuno. Anche l’artista più debole nella continuità della sua esperienza e convinzione arriva a trovare una forma più interessante, accettabile di  quella che esprimeva prima , attraverso anche occasioni che l’hanno rinforzato. Ma non si può pensare che si può inventare  qualcuno o qualcosa dal nulla, avrà vita precaria.


A quale critico gradirebbe sottoporre l’opera premiata e perché?
Io preferirei proporla ai letterati o ai poeti.  Il letterato o il poeta vede le cose apparire assolutamente al di fuori di una oggettività critica. E’ più interessante ricreare quel contesto di complicità o simpatia che hanno avuto in altri tempi alcuni letterati critici, nel mio caso Goffredo Parise. Era la sua curiosità che lo portava a frequentare l’arte.

28/05/2009

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