Marco Senaldi - Critico d’arte e Professore di Cinema e Arti Visive all'Università di Milano Bicocca

E' l'epoca della "crossover culture", la cultura di una incredibile mescolanza. "Finalmente ci si è accorti che la cultura e le sue punte più avanzate non sono solo delle velleità di pochi fanatici della creatività artistica, ma - spiega Senaldi - possono creare valore."


L'università italiana si trova a dover affrontare importanti questioni, dovute sia alla struttura interna del sistema universitario sia alle ultime generazioni di studenti, cresciute con i linguaggi digitali. Secondo lei, su quali aree si dovrebbe intervenire per una concreta riforma?

Che l’università italiana non navighi in buone acque non è certo un segreto. Del resto, esistono purtroppo delle graduatorie internazionali, che ci relegano a posti molto bassi della classifica, ma, a parte questo, è un po’ l’atmosfera in generale che gravita sugli atenei italiani a non far presagire nulla di buono. Riformare comunque si può, anzi si deve, ma serve un rinnovamento oserei dire “spirituale”, che ha poco a che fare con la strada dei “criteri oggettivi” di selezione del personale docente, e molto a che vedere invece con l’apertura al nuovo, al dibattito internazionale, ai centri di ricerca, all’idea di campus di eccellenza che dialoghino con gli altri comparti sociali e territoriali, però nel rispetto rigoroso delle autonomie politiche, economiche e, va da sé, culturali. Lo spazio ai nuovi mezzi di comunicazione e ai nuovi linguaggi è fondamentale, ma va sempre integrato con l’idea che l’insegnamento è un passaggio di esempi e di pratiche, e non solo di nozioni. L’impasse del cosiddetto e-learning mi pare da prendere in attenta considerazione: l’uso, imprescindibile, di nuove tecnologie e di new media dovrebbe essere sempre calato entro le concrete pratiche di trasmissione dei saperi.

In questo senso come valuta il fenomeno You tube?

Mi permetto di fare un piccolo esempio personale: l’archivio video più grande del pianeta, cioè Youtube, è stato spesso idolatrato, come in genere la Rete, come panacea comunicativa del nuovo millennio, e altrettanto spesso demonizzato come luogo delle nefandezze sovente provenienti da situazioni scolastiche di degrado totale. Ho pensato, così, insieme ai miei assistenti, di usare Youtube come risorsa e di creare una apposita playlist dove studenti o semplici interessati potessero ritrovare i materiali video di cui si era parlato in aula o nei testi, senza dover accludere al libro un dvd costoso, difficile da realizzare, non modificabile e quindi immediatamente passibile di obsolescenza, o di far riferimento a cose altrimenti “invisibili”. E’ stato un successo mediato però da un itinerario culturale costruito pezzo per pezzo e faccia a faccia.

Da alcuni anni, si accostano spesso l'arte e il design ai mondi dell'impresa e dell'innovazione. Quali connessioni si possono realizzare fra questi saperi e questi mondi?

Le connessioni fra i mondi della creatività più avanzata e più libera, e quelli imprenditoriali legati alle esigenze del mercato non sono più una utopia, ma, ormai, una realtà consolidata. Basti pensare all’avvicinamento fra arte contemporanea e moda, o a quello anche più anziano fra design e industria: di solito se ne parla genericamente, ma vi sono molti casi concreti e visibili, come la nascita di fondazioni votate al contemporaneo, di premi legati a grandi marchi della moda o a grandi aziende o imprese, all’apertura a realtà produttive di istituzioni un tempo gelosamente autoreferenziali, alle partnership e alle sponsorizzazioni di lungo periodo per quel che riguarda eventi periodici, e così via.

Qual è la vera novità?

Finalmente ci si è accorti che la cultura e le sue punte più avanzate non sono solo delle velleità di pochi fanatici della creatività artistica, ma, anche quando sembrano tali, e appaiono staccate da ogni possibile ricaduta concreta, in realtà generano interesse, polarizzano l’attenzione, possono spostare masse di utenti, ri-orientare consumi, trasformare l’esperienza di un territorio: in una parola, creare valore. Arte, design, ma, perché no, anche critica, filosofia, dibattito, una volta portati fuori dal contesto accademico, hanno una forza performativa enorme. Personalmente credo che siamo sulla soglia di una trasformazione pari a quella che negli anni ‘50 e ‘60 del 900 investì la musica, che, una volta diventata occasione di intrattenimento popolare, si trasformò da piacere estetico riservato ad una élite di intenditori a un’insostituibile esperienza di massa. E difficilmente oggi anche un economista “classico” o uno spietato uomo di marketing si azzarderebbe a dire che quello della musica non è, contemporaneamente, un fenomeno di mercato planetario.

Come è cambiata la cultura visuale in rapporto ai linguaggi dei new media?

La cultura visuale è, per definizione, un campo aperto, anzi un “contested terrain”, un campo di forze che spesso, giustamente, entrano in conflitto tra loro. I new media, con la possibilità di accesso perenne e ubiquo all’archivio di tutte le immagini della storia dell’arte, hanno sicuramente sconvolto il nostro modo di pensare, e di praticare, ogni forma d’arte. E’ compito dei new media oggi spalancare nuovi scenari creativi, soprattutto se per new media non intendiamo solo le tecnologie digitali applicate al visuale, ma anche le tecnologie immersive, olografiche, interattive, le tecnologie di comunicazione avanzate, le nanotecnologie, la creazione di nuovi materiali, le biotecnologie.

Cosa è cambiato rispetto al recente passato?

Disponiamo di una consapevolezza maggiore: la cosa davvero inattesa è infatti che ci si è resi conto che l’avvento di un nuovo medium non si limita a cancellare il precedente, ma lo integra in un nuovo orizzonte di senso. La cosa fantastica, insomma, è che i media più avanzati e immateriali non impediscono che ci si continui a esprimere con pittura, scultura, disegno, o anche col corpo, in quella che alcuni studiosi come Bolter e Grusin hanno giustamente battezzato “Remediation”, e altri “convergence culture”. Io direi che siamo davvero entrati nell’epoca della “crossover culture”, la cultura di una incredibile mescolanza, una “fusion” totale, non esente, è naturale, da paradossi, ma certo vivace e imprevedibile.

Il Premio Terna 02 intende conciliare le best practise aziendali con quelle culturali stimolando una riflessione sulla necessità di guardare al futuro del pianeta con un'attenzione responsabile all'ambiente e all'energia. Secondo lei, è un obiettivo realizzabile e oggi l'arte è ancora in grado di stimolare una maggior coscienza critica?

L’arte o manifesta una coscienza critica, o non è. Un’arte non critica non produrrebbe nuovi modi di pensare e di vedere, si limiterebbe a avvallare l’esistente, e non sarebbe arte. Quindi è abbastanza naturale che il discorso artistico si ponga l’ambizione altissima di costituire un ingrediente chiave nell’elevare la consapevolezza collettiva, che è consapevolezza dell’uomo verso l’ambiente in cui abita e in definitiva verso se stesso. Dalla comparsa dell’Homo sapiens sul pianeta Terra, 300.000 anni fa, la tendenza è sempre stata la stessa: il continuo rimescolarsi e fondersi, prima puntiforme, poi man mano più omogeneo, dei vari gruppi umani fino a giungere, non senza quei contromovimenti detti conflitti, alla nozione condivisa di umanità, è un processo inarrestabile. E’ una cosa che passa per acquisita, ma dovrebbe invece fare un certo effetto pensare che oggi, nel XXI secolo, le espressione artistiche più avanzate parlano sostanzialmente lo stesso linguaggio formale in tutti gli angoli del pianeta, cosa mai accaduta prima. Ci stiamo avvicinando al punto di fusione: disponiamo ormai di mezzi di comunicazione globale, che, in un linguaggio globale, possono comunicare tutto a tutti istantaneamente ovunque.

Sembrerebbe un traguardo positivo…

Ma questa specie di olismo, sebbene salutato da alcuni come un traguardo meraviglioso, tende a innescare un contro-movimento, un conflitto, appunto, di proporzioni altrettanto gigantesche. E’ questa la catastrofe ecologica, che, forse non a torto, taluni paragonano a una terza guerra mondiale e che, in definitiva, andrebbe letta correttamente non come uno squilibrio fra uomo e ambiente, ma come una crisi di coscienza interna all’umanità come tale, uno squilibro fra l’uomo e se stesso. Abbiamo scoperto da poco un sesto continente, grande quanto cinque o sei volte la penisola iberica, costituito da tutta la spazzatura finita nei mari negli ultimi decenni. Il Pacific Trash Vortex, questo è il suo nome, è un nuovo continente di immondizia collocato nel Nord Pacifico che abbiamo creato noi, lo specchio più fedele della nostra attuale condizione umana e dei problemi che la nostra stessa esistenza solleva. Nel XVII secolo il filosofo Francis Bacon sosteneva che, così come gli esploratori erano stati capaci di scoprire il nuovo continente americano, l’uomo avrebbe presto scoperto nuove terre mentali; di fronte al Pacific Trash Vortex verrebbe da dire amaramente che stiamo solo scoprendo il degrado a cui la nostra civiltà è giunta. Forse, però, si potrebbe considerarlo in positivo come il banco di prova finale della capacità inventiva e mentale umana, la vera sfida adeguata al nostro pensiero e alla nostra creatività. Non è forse con mega-fenomeni come questo che devono confrontarsi le menti migliori della nostra generazione? Non è su questa scala che si misurerà la forza di un’arte e di un pensiero dell’avvenire?

17/06/2009

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