

“Quando un giovane entra nella mia galleria, si guarda attorno, si sofferma sulla mostra in corso e magari chiede anche qualche informazione, per me è già promosso. Se invece entra, indifferente alle mie proposte, troppo concentrato su se stesso, parte col piede sbagliato”.
Qual è la differenza tra le attività di una galleria “di ricerca” e quelle di una galleria commerciale?
La galleria commerciale ha a che fare con le opere, la galleria di ricerca con gli artisti. Essere una galleria di ricerca non significa lavorare solo con gli emergenti, ma produrre le mostre e il lavoro degli artisti, lavorare con loro per iniziative sia all’interno che all’esterno della galleria, partecipando a premi, per esempio. Noi gallerie di ricerca, oltre a coltivare giovani su cui crediamo, sui quali c’è un forte investimento di energie, personali ed economiche, non facciamo secondo mercato, non facciamo cioè compravendita di quadri. Ma promuoviamo sul mercato le opere dei nostri artisti.
Come fa un giovane artista a costruire la propria carriera? Si sente di proporre un mini-decalogo?
Il rapporto tra un artista e la galleria è sempre un po’ conflittuale perché inevitabilmente un’artista produce, il gallerista promuove. Si deve assolutamente creare una sinergia ma è evidente che qualche conflitto c’è sempre. Senza considerare poi i tanti artisti che credono di avere talento e invece non ne hanno. A volte le nostre politiche di promozione possono essere magari non comprese dall’artista, altre volte i giovani sono invece illusi da un sistema di mercato in cui tanti galleristi effettivamente ne sfruttano le capacità: vengono presi, e poi abbandonati a se stessi. Le gallerie serie invece lavorano sul giovane di talento; investono il doppio pur di consentirgli di produrre il lavoro, migliorare la propria identità, farlo conoscere, anche in altri ambiti. Abbiamo creato a questo scopo una Project Room curata da Laura Cherubini. In questo spazio espongono esordienti, ragazzi appena usciti dalle accademie che non hanno avuto mai altre possibilità. Ovviamente, da qui a costruire un rapporto fisso, duraturo, con la galleria ce ne passa. Una cosa che ho notato io nei giovani è che molte volte, forse sulla scia di artisti che vengono dall’estero, credono che il marketing sia tutto: propongono book, si sentono arrivati a 25 anni.
….e come pensa dovrebbero invece proporsi?
In realtà manca la pazienza di fare una carriera, passo dopo passo, con umiltà. Io personalmente faccio una prova del nove per verificare la stoffa di un artista: quando un giovane entra nella mia galleria, si guarda attorno, si sofferma sulla mostra che ho in corso, di chiunque sia, e magari chiede anche qualche informazione, per me è già promosso. Se invece entra, indifferente alle mie proposte, troppo concentrato su se stesso, parte col piede sbagliato. Per me, gli elementi fondamentali che un artista dovrebbe possedere c’è la voglia di studiare, l’attenzione, la curiosità. Ma soprattutto deve avere una fortissima identità, se possibile inedita, che non scimmiotti nessuno, che ci sia una consequenzialità, una linea riconoscibile anche sul breve percorso.
Quanto costa, in termini di tempo ed energie, progettare e allestire una mostra?
Nel nostro caso, la progettazione è sempre pianificata nel lungo periodo; abbiamo mostre fino a gennaio 2011. Assieme a me, lavorano 3 assistenti ma l’impegno è sempre notevole visto che lavoriamo con artisti abbastanza importanti; dovendo far transitare opere o far produrre nuovi lavori, inevitabilmente ci vogliono tempi tecnici da rispettare. La programmazione si svolge con molto anticipo. In termini di energie, lo sforzo varia di caso in caso. Noi facciamo circa 4 personali l’anno e una collettiva. La collettiva sembrerebbe la cosa più semplice da realizzare ma è più difficile dal punto di vista organizzativo. L’allestimento di una personale dipende invece anche un po’ dalla personalità dell’artista. Io tendo a dargli carta bianca ma sono ben contenta di partecipare. Se il progetto che l’artista mi propone mi convince, può fare quello che vuole. Per esempio, la galleria a volte è stata stravolta letteralmente, con la costruzione di muri, di nuove stanze. Gilberto Zorio, per esempio, in occasione di un suo allestimento ha portato 20 camion di mattoni per costruire un’opera. Ogni volta è un progetto a sé, con una propria storia che dipende dalle caratteristiche dell’artista e dal suo lavoro.
Come si allestisce un programma?
Una volta identificato il tema e il tipo di opere, oltre ad attivarsi per un’eventuale produzione di nuovi lavori, bisogna progettare un piano di comunicazione; costruire l’invito, il comunicato stampa, le schede per ogni singolo lavoro esposto. Il catalogo, a differenza di tanti altri, lo facciamo sempre dopo: una memoria di ciò che è stato, e questo richiede molte energie, anche finanziarie, piuttosto impegnative. Per realizzare i nostri cataloghi ci affidiamo a Skira; abbiamo creato a proposito una collana specifica Skira-Oredaria. C’è poi da pensare all’inoltro dei biglietti di invito, ne spediamo ogni volta circa quattromila, e alla comunicazione web. A questo si aggiunge l’organizzazione e cooperazione per presentare i tuoi artisti in spazi no profit, la presenza a fiere di settore per raccontare il tuo lavoro e la galleria. E poi c’è una cosa a cui tengo molto: quella di coinvolgere pubblici diversi, presentando in galleria degli approfondimenti; musica, danza, cinema, libri. L’ultimo incontro che abbiamo organizzato è stato in occasione di una mostra di Mario Merz: abbiamo coinvolto in un solo dibattito filosofo, critico d’arte e artista.
Qual è in sintesi la sua linea espositiva?
Quando ho aperto questa galleria non volevo fare la talent scout come solitamente fanno i nuovi spazi espositivi che debuttano sul mercato. Anche perché io non sono una storica dell’arte. La scelta è ricaduta inizialmente su artisti italiani importanti, che non hanno bisogno del mio “imprinting” per esistere. Artisti italiani. Anche perché quando ho aperto io c’erano gallerie esclusivamente rivolte alla produzione straniera. Poi, naturalmente, col passare del tempo, ho accolto giovani e qualche artista straniero, ma solo quando la galleria ha acquisito una certa stima e dignità. Devo dire che le risposte positive sono arrivate da subito, e siamo stati subito ammessi ad importanti fiere, ma ancora adesso mi considero una “da posizionare”.
Ha rapporti con galleristi internazionali?
Siamo commercianti e quando c’è di mezzo il mercato, le sinergie sono difficili. Con le gallerie straniere si possono attivare diversi scambi ma non in modo così immediato. Sicuramente non rapporti di partenariato. Le alleanze sono sicuramente strategiche, ma altrettanto faticose e richiedono risorse supplementari. In Italia, invece, è più semplice. In marzo, per esempio, farò una mostra su Luca Soncini con la galleria Fumagalli di Bergamo, congiuntamente. Più in generale, se ho interesse per qualcuno mi muovo sempre contattando un gallerista che ha istaurato già con l’artista un rapporto pregresso. In Italia, le gallerie sono quasi tutte un po’ artigianali, all’estero invece molte gallerie sono quasi delle industrie. Ipotizzare scambi con Larry Gagosian risulterebbe un po’ difficile….
GALLERIA OREDARIA
La galleria Oredaria è uno spazio di 300mq collocato “volutamente” a pochi metri dal Museo di Arte Contemporanea di Roma, il Macro. Inaugurato circa 6 anni fa, vanta un parterre di 20 artisti molto noti che collaborano stabilmente con la galleria, tra cui: Michelangelo Pistoletto e Gilberto Zorio, Ettore Spalletti, Maurizio Mochetti. “Artisti dal curriculum consolidato – spiega la gallerista Marina Covi Celli- che hanno deciso di avere ancora molto da dire”.
24/05/2009