Vicente Todolì - Direttore Tate Modern Londra. “Rifuggiamo dalla sindrome da blockbuster”

Nel programmare le mostre in funzione esclusivamente del successo di pubblico, si arriva ad impoverire la funzione educativa e di ricerca dei musei. Non ha senso fare una mostra tanto per farla, bisogna sempre dire qualcosa di nuovo.

Lei ha parlato spesso della “sindrome da blockbuster” degli eventi culturali. Può spiegarci meglio?

È evidente che ormai le grandi rassegne vengono costruite soprattutto per scatenare il fenomeno blockbuster e capitalizzare, con l'affluenza dei visitatori, il bilancio del museo. Questo vuol dire che il programma scelto è fine a se stesso: non ha autonomia, né equilibrio e viene disegnato solo per portare più gente al museo, in una logica che ricorda la tv commerciale. Nel programmare le mostre in funzione esclusivamente del successo di pubblico, si arriva ad impoverire la funzione educativa e di ricerca dei musei. Non ha senso fare una mostra tanto per farla, bisogna sempre dire qualcosa di nuovo. Tutt’altra storia invece quando esposizioni di grande richiamo vengono inserite in un programma per fare da traino e quindi utile ad attirare il pubblico a vedere anche altre rassegne. I musei seri hanno programmazioni equilibrate e mostre di qualità.

Se le fosse chiesto di dirigere un museo in Italia, cosa farebbe e da che parte comincerebbe?

Io ho diretto 3 musei in 3 paesi diversi (Porto, Valencia, Londra). Ogni volta rispondo che non ci sono formule: i musei non sono un franchising e la stessa ricetta non va bene per tutti. Il museo deve sempre essere ancorato alla realtà del posto, ma parlare allo stesso tempo al mondo con voce propria e personalità. Penso a un museo che si è mai visto da nessuna altra parte del mondo e che ti permette di conoscere un punto di vista diverso della cultura di un Paese, partecipando a un dialogo universale.

Su quali basi sta costruendo il nuovo corso della Tate Modern?

Il modo di presentare le collezione che ho scelto non è cronologico e non ha senso continuare a esporre la collezione in modo tematico, come solitamente si fa. Noi invece vogliamo raccontare delle storie ognuna con un forte senso del luogo, con libertà e non “rappresentare” la Storia dell'arte. Il nostro programma predilige la ricerca e l’equilibrio tra il classico, il moderno e contemporaneo rifuggendo dalla tipica visione anglosassone che dominava in passato ovvero solo arte americana e britannica. Noi per esempio abbiamo presentato quattro artisti sud americani, cosa mai fatta prima, come Francis Alys e Frida Khalo, solo per citarne alcuni. In futuro ci proponiamo di esplorare anche altre aree geografiche. Per quanto riguarda la Turbine hall, lo spazio espositivo più famoso della Tate Modern, abbiamo deciso ogni anno di chiedere a un artista diverso di concepire un’opera apposta per quell’area, in totale libertà. L’artista va lasciato libero di interpretare la realtà, non possiamo imporre un tema, solo uno spazio.

Quali sono a suo avviso gli artisti che oggi meglio incarnano il concetto di contemporaneità e perché?

Preferisco non fare nomi. Il nostro programma spiega già per noi quello in cui crediamo e il nostro concetto di contemporaneità.

Il Premio Terna 02 intende conciliare le best practise aziendali con quelle culturali stimolando una riflessione sulla necessità di guardare al futuro del pianeta con un'attenzione responsabile all'ambiente e all'energia. Secondo lei, è un obiettivo realizzabile e oggi l'arte è ancora in grado di stimolare una maggior coscienza critica?

Si, anche perché l’artista va al di la della realtà, quella che noi non vediamo e allo stesso tempo privilegia la posizione critica dell’individuo. Questo significa anche che il visitatore non deve per forza condividere le sue scelte. L’arte che mi interessa è quella che scopre mondi nuovi, di cui forse tu stesso presagivi l'esistenza.

26/05/2009

Bookmark and Share